I numeri del vino

Dati delle vendemmie, statistiche produttive, risultati economici dei principali produttori

6 April 2009

Indagine sulla consulenza e gli investimenti nel mondo del vino – fonte: AAWE

[English translation at the end of the document]
Lucia Cusmano, Andrea Morrison e Roberta Rabellotti hanno pubblicato uno studio su AAWE che si intitola “Catching-up trajectories in the wine sector: a comparative study of Chile, Italy and South Africa”, dove si analizza l’evoluzione dello scenario competitivo nel mondo del vino per cercare di spiegare come sia stato possibile che economie emergenti o comunque senza tradizione produttiva nel mondo del vino siano riuscite ad occupare spazi rilevanti nel mercato mondiale del vino. La loro conclusione e’ che: (1) economie di scala attraverso la creazione di grandi operatori con un approccio internazionale; (2) investimenti e innovazione nel prodotto, nel processo produttivo e nel marketing; (3) un contesto di mercato in crescita per i prodotti di qualita’; (4) sforzi nella ricerca, anche attraverso collaborazioni universitarie e (5) una seria programmazione “top-down” (stile Australia) sono i fattori determinanti del successo dei vini del “Nuovo Mondo”. C’e’ speranza per il “Vecchio Mondo”: di sicuro, attraverso la rivalutazione della tradizione e della cultura dei suoi prodotti, lo sfruttamento dei suoi terroir in modo da rispondere sempre di piu’ alle esigenze di quella nuova fetta di domanda che fa capo alla “gourmet culture” e che la standardizzazione dei vini del nuovo mondo non catturera’ mai. Detto questo, quello che mi chiedo (e vi chiedo) e’: se questo e’ il futuro dell’Italia del vino, dove metteremo i 40 e piu’ milioni di ettolitri che produciamo? Quanto di questo e’ “gourmet culture”?


aaweinvest-2.jpg

Noi ci focalizziamo sui dati della loro indagine, fatta su 37 aziende piemontesi, 27 cilene e 20 sudafricane, dove si evince quanto segue:
• le aziende cilene sono quelle che investono e sperimentano di piu’, quelle piemontesi e sudafricane di meno. La media delle aziende cilene che investono in ciascuna categoria e’ il 92% contro il 72% del Piemonte.
• In tutti e tre i casi tutti investono nelle attrezzature di cantina (95-100%). Dopo questa categoria, quella con le risposte affermative piu’ elevate e’ l’investimento nell’attrezzatura agricola e nel miglioramento della vigna,


aaweinvest-3.jpg

• In Piemonte si da piu’ priorita’all’attrezzatura agricola e all’impianto di nuovi vigneti (78%-81% delle aziende),
• Come da tradizione, solo il 43% delle aziende piemontesi investe per cercare nuovi vitigni, contrariamente al 60% delle aziende sudafricane e al 78% di quelle cilene. Stesso dicasi per la ricerca di nuovi cloni, dove investono l’89% delle aziende cilene ma soltanto il 60% di quelle italiane.
• In Piemonte non si utilizzano consulenti esterni come in Cile. Solo il 32% ha il consulente aziendale e il 51% l’enologo esterno, mentre in Cile queste percentuali sono intorno al 90%. Inoltre, e questo e’ uno specifico appunto della ricerca, in Piemonte nessuno ha un enologo straniero, mentre il 62% degli enologi Cileni e il 50% di quelli sudafricani e’ straniero.


aaweinvest-5.jpg

• Infine, l’indagine confronta anche il livello di istruzione dei dipendenti: in Piemonte il 15% e’ diplomato e il 9% e’ laureato. Una percentuale ben piu’ elevata di quella cilena (10% e 7%) ma soprattutto di quella sudafricana (3% e 0%).

aaweinvest-4.jpg

Lucia Cusmano, Andrea Morrison and Roberta Rabellotti published a study on AAWE titled “Catching-up trajectories in the wine sector: a comparative study of Chile, Singapore and South Africa, where he analyzes the evolution of the competitive landscape in the wine sector, to try to explain how it was possible that either emerging economies or new countries managed to occupy important spaces in the world of wine. Their conclusion is that this was achieved thanks to: (1) economies of scale through the creation of large players with an international approach, (2) investment and innovation in product, process, manufacturing and marketing, (3) a context of growing market for quality products, (4) in research efforts, including through partnerships and university (5) planning a “top-down” (style Australia). There is a hope for the “Old World” to secure, through the revaluation of tradition and culture of its products, the exploitation of its land in order to respond more and more to the needs of that new piece of demand, which is classified as “gourmet culture” and that the standardization of wines from new world will not catch. That said, what I wonder (and I ask you) is if this is the future of the wine, where will we sell our 40 million hectoliters of wine? How much of this will fall in to the “gourmet culture ” segment?

We focus on the investigation, made on 37 farms in Piedmont, 27 Chilean and South African 20, where these are the key difference:
• Chilean companies are investing more and researching more than in Piedmont and South Africa. The average of companies that invest in each category in Chile is 92% vs. 72% of Piedmont.
• In all three cases all invest in equipment for the cellar (95-100%). After this class, the one with the most positive answers is agricultural investment and improving the vineyard.
• In Piedmont the priority is more for agriculture and for the improvement of the new vineyards (78% -81% of firms).
• As per tradition, only 43% of firms in Piedmont invest in new grape varieties, in contrast to 60% of South African companies and 78% of the Chilean. The same is true for the search of new clones, in 89% of Chilean companies invest (only 60% of the Italians).
• In Piedmont firms do not use outside consultants as in Chile. In Piedmont, only 32% of the consultants and 51% of enologists are outside the wine firms, while in Chile, these percentages are around 90%. In addition, and this is a specific remark of the research, nobody has in Piedmont a foreign enologist, while 62% of Chilean firms and 50% of South Africans are foreigner.
• Finally, the survey compares the level of education of employees: Piedmont 15% got a degree and 9%, are graduated. A much higher level than in Chile (10% and 7%) and South Africa (3% and 0%).

aggiungi un commento

6 Commenti a “Indagine sulla consulenza e gli investimenti nel mondo del vino – fonte: AAWE”

  1. Interessante questa ricerca!
    Bisognerebbe estenderla anche ad altre regioni del vino tipo California, Bordeaux e Toscana oppure Oregon, Argentina e Veneto.
    Comunque il risultato dell’analisi va di pari passo con i risultati in bottiglia, alta scolarità- alta qualità e viceversa con l’eccezione del Cile che, pur essendo un “viticoltore giovane”, si affida molto alle consulenze esterne qualificate ottenendo spesso alti risultati. Ci sarà un seguito?

  2. A me ha molto impressionato che in Piemonte nessuna delle aziende abbia un consulente estero, che secondo me sarebbe utile per aprire gli orizzonti.
    Poi, quello che mi ha stupito e’ il fatto che il Cile ha una penetrazione superiore alle altre due regioni su quasi tutti i capitoli di investimento. E, come si dice, chi investe raccogliera’.
    Sarebbe molto interessante che l’argomento fosse ulteriormente approfondito… chissa’ che AAWE non ci riservi qualche sorpresa.

    bacca

  3. Adesso non vorrei peccare di campanilismo, ma in Piemonte ci sono aziende con 5/6 generazioni alle spalle, in Cile no. Per avere un consulente esterno estero, presumibilmente un commerciale/marketing, che costa, ci vogliono grandi volumi e le aziende che se lo possono permettere sono sì e no una dozzina.

  4. Vi leggo sempre volentieri. Prima di tutto un ringraziamento a Marco Baccaglio. Vengo alla questione dell’analisi. Abbiamo capito che l’innovazione non è il nostro forte, o perlomeno l’innovazione direi “storica” cioè quella che costruisce su una base di storicità del sistema Paese. Noi in Irpinia stiamo proprio pensando di fare quello. Innovare in un territorio che è mediamente immobilizzato. Sfruttare la storia come leva pura di marketing in una filiera di pensiero a vocazione internazionale. Mi sembra una strada percorribile.

  5. Buonasera a tutti,

    questo articolo lo trovo davvero molto interessante e devo dire che in qualche modo tocca l’azienda per la quale lavoro molto da vicino in quanto, grazie alla collaborazione con aziende australiane, si sono avvicendati winemaker stranieri per un lungo periodo in passato.

    Si parla di sperimentazione e qui ne abbiamo fatta davvero parecchia ma mi sorgono spontanee alcune domande:

    - ha davvero senso sperimentare quando i disciplinari IGT, DOC o DOCG pongono limiti molto, forse troppo, restrittivi?
    - ricerca in vigna costa tanti soldi e mi chiedo e vi chiedo: davvero quello che vuole un consumatore che compra Sicilia, Piemonte o Veneto è novità? oppure tradizione?

    Mi capita spesso di vedere produttori “new world” che fanno cose che noi non ci possiamo nemmeno sognare. Parlo di blend di uve a bacca bianca con uve a bacca nera e devo purtroppo affermare che il risultato non è affatto male.
    La ricerca e la sperimentazione deve avere uno sfogo naturale nell’innovazione anche del profilo gustativo dei vini se no… che ricerchiamo a fare?

    Saluti e complimenti per il sito.

  6. Ciao a tutti,
    per prima cosa mi scuso per il fatto che non partecipo alla discussione sul mio blog (singolare, no?), ma sto letteralmente affondando nei risultati del primo trimestre. E i vostri contributi sono sempre particolarmente interessanti.

    Io la vedo cosi’: in Italia ci sono due tipi di vini/viticoltura e via dicendo. Quelli che hanno sviluppato un marchio importante, e sui quali bisogna pensare seriamente prima di toccare qualcosa. Diciamo il Barolo, oppure il Brunello. Su questi bisogna chiedersi (e mi pare che sul Brunello qualche parola si sia spesa) se innovare la formula storica sia un gioco a somma maggiore di zero. Ossia, perdo in tradizione ma ho un vino piu’ buono (o ne posso produrre molto di piu’): e’ quello che il consumatore va cercando? Forse no, forse un Barolo con il 5% di Barbera, oppure un Barolo prodotto in un’area piu’ ampia perderebbe “appeal”. Per il Brunello vale lo stesso discorso, anche se il mio pensiero e’ che in questo caso la denominazione ha un valore di tradizione inferiore (cioe’ e’ un prodotto che si e’ imposto piu’ di recente).

    Esiste poi il rimanente 90% (forse 95%) della vigna italiana. Oltre 300 DOC se non mi sbaglio. Qui bisogna veramente domandarsi che cosa fare. L’altro giorno bevevo una bottiglia di Coteau de la Tour, vino da tavola prodotto da Les Cretes in Valle d’Aosta che penso costi 15-20 euro in enoteca. Syrah prodotto in Valle d’Aosta. Risultato della sperimentazione? Penso di si. I miei commensali erano entusiasti, io stesso devo ammettere che e’ un prodotto che colpisce. L’anno scorso ho assaggiato un Riesling coltivato in Piemonte, prodotto da un signore (Sergio Germano) che ha il pallino di questo vitigno: prodotto estremamente interessante.

    In Piemonte c’e’ una vigna IMMENSA coltivata a Barbera. Questo prodotto, al di la’ di ristrette eccellenze, andra’ un giorno riposizionato. Ci dovremo inventare qualche cosa. Quanto e’ il valore della tradizione del Barbera? Quanto e’ il rischio che corriamo? Il problema e’ forse proprio la regolamentazione, che in alcuni casi diventa un facile scudo per difendersi: “se non vendo il prodotto e’ perche’ la DOC non e’ adeguatamente sostenuta e perche’ nella DOC ci sono produttori che svalutano il suo buon nome”.

    C’e’ un produttore che e’ uscito addirittura dalle DOCG Barolo e Barbaresco: con alcuni prodotti: Angelo Gaja. Ha fatto bene? Male? Lo ha fatto di tasca propria, ha prodotto un vino forse discutibile nella sua magica perfezione, pero’ la sua scommessa e’ stata probabilmente vinta.

    Raffaele ha ragione a dire che l’innovazione non e’ il nostro forte. Pero’ e’ possibile che 700mila ettari di vigna si arroccano dietro una DOC/IGT. Scusate l’inglese, ma se andiamo avanti cosi’ ci fanno un c..o che neanche ce lo immaginiamo!

    bacca

Lascia un commento