I numeri del vino

Dati delle vendemmie, statistiche produttive, risultati economici dei principali produttori

Archivio della Categoria '04. Intervengono su “I numeri del vino”…'

8 September 2011

Il vino non ci esce piu’ dalle orecchie. Di Angelo Gaja

La vendemmia 2011 verrà ricordata come la più scarsa che il nostro paese abbia mai prodotto (il servizio di Repressione Frodi nel corso del 2012 dovrà stare ancor più con le orecchie dritte). La previsione era facile da fare già a fine agosto, dopo venti giorni di caldo africano che aveva asciugato le uve, premonitore di un forte abbassamento delle rese sia nel vigneto che in cantina.
Dopo appena due anni di applicazione le misure OCM vino introdotte da Bruxelles hanno fortemente contribuito ad equilibrare il mercato, congiuntamente ai crescenti volumi di vendita realizzati dal vino italiano sui mercato esteri: come miracolo in molte cantine le scorte di vino sono ritornate a livelli normali se non anche di scarsità.
Prende così avvio per l’Italia uno scenario nuovo, mai vissuto in precedenza, non ci esce più il vino dalle orecchie, per diverse tipologie il vino comincia a mancare e di conseguenza saliranno (finalmente !) sia i prezzi delle uve che quelli del vino all’ingrosso.

Per anni il problema dell’Italia era che ogni anno si produceva eccedenze: parte venivano avviate al mercato abusato della distruzione attraverso il provvedimento della distillazione e parte contribuivano a comprimere ancor più i prezzi delle uve e del vino all’ingrosso. In presenza di un mercato perennemente eccedentario l’imperativo era vendere, a qualsiasi condizione di prezzo, e così siamo diventati il primo paese esportatore. A soffrire furono sempre i viticoltori, molti dei quali costretti a cedere le loro uve al di sotto del prezzo di costo, e quei produttori che in prossimità della vendemmia si vedevano costretti a svuotare la cantina per fare spazio alla nuova annata in arrivo.

Ora l’Italia del vino deve imparare ad accelerare un ciclo già in atto. Ci sono dei produttori italiani che vendono all’estero il loro vino nella fascia più ghiotta, quella che va dai tre agli undici euro a bottiglia partenza cantina. Occorre però che il loro numero cresca rapidamente, che molte cantine italiane che già operano sui mercati esteri imparino a vendere meglio, con valore aggiunto più elevato, costruendo una domanda più qualificata, dotandosi di strategie e strumenti più adeguati ad aggredire le fasce di prezzo più remunerative. L’Italia del vino ha tutte le possibilità di farcela: per il fascino dei territori, le varietà autoctone, storia e tradizione, ma molto, molto di più, per avere un patrimonio umano straordinario, un numero così elevato di viticoltori e di produttori di vino che nessun altro paese al mondo ha, una ricchezza che merita di essere valorizzata ed in grado di produrre rapidamente risultati migliori.

Angelo Gaja,
8 settembre 2011

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12 May 2011

Il vino laziale, un patrimonio da salvare. Di Stefano Castriota e Marco Delmastro

E’ per me un onore ospitare sul blog questo contributo di Stefano e Marco. Per due volte nel corso di questi anni queste pagine hanno ospitato un commento dei loro studi sulla reputazione che hanno avuto come oggetto il mondo del vino (gennaio e dicembre 2009). Buona lettura e, soprattutto, buon dibattito. Marco Baccaglio

di Stefano Castriota e Marco Delmastro.

Da anni ormai le più prestigiose guide nazionali ed internazionali bocciano sonoramente la qualità dei vini del Lazio. L’Espresso parla di “ritardo ormai cronico” mentre il Gambero Rosso descrive la situazione come di “Allegro, non troppo”. Nemmeno a livello internazionale le cose vanno meglio. La reputazione all’estero delle denominazioni laziali (DOC e DOCG) è ben al di sotto della media nazionale: il Lazio si ritrova dietro non solo a corazzate enologiche come Piemonte e Toscana, ma deve anche recuperare posizioni rispetto a regioni di più recente affermazione come Puglia, Sardegna, Marche e Basilicata. La figura riporta la reputazione media e massima raggiunta dalle denominazioni delle regioni italiane: il Lazio registra valori tra i piú bassi in assoluto. Questa regione, inoltre, non può sfruttare altri fenomeni di traino commerciale quali la presenza di vitigni o prodotti locali riconosciuti a livello internazionale come sono, ad esempio, il Nero d’Avola ed il Marsala in Sicilia.

Nonostante ció il Lazio è una zona con una lunga tradizione vinicola che risale addirittura a prima dell’avvento degli antichi Romani. Nel Cinquecento gli ettari coltivati a vite erano circa il doppio di quelli attuali, essendo il vino non solo e non tanto una bevanda per accompagnare i pasti o trascorrere del tempo in compagnia quanto piuttosto un vero e proprio alimento ricco di calorie e principi nutritivi. Oggi i cambiamenti nelle abitudini di consumo di vino degli Italiani, con una diminuzione del consumo pro capite ed uno spostamento verso i prodotti di qualità, stanno radicalmente modificando la morfologia dell’enologia nazionale e, quindi, anche di quella laziale. A ciò si aggiunga la crescente pressione concorrenziale da parte dei produttori del cosiddetto nuovo mondo (Australia, Cile, Nuova Zelanda, Sud Africa e Stati Uniti) che stanno conquistando considerevoli quote a livello mondiale.

Le aziende italiane si trovano dunque a dover affrontare la concorrenza dei nuovi produttori sui mercati internazionali e contemporaneamente il progressivo e costante declino dei consumi domestici. In questo scenario il Lazio si trova in una situazione decisamente peggiore rispetto al resto dell’Italia. Con i suoi quasi due milioni di ettolitri è l’ottava regione italiana per quantità prodotta; tuttavia, nonostante la quota di vini DOC (25 denominazioni) e DOCG (la neo-promossa “Cesanese del Piglio”) sul totale della produzione italiana sia superiore alla media nazionale (49% contro 35%), la reputazione di queste denominazioni, come visto, di certo non brilla. Ciò si traduce inevitabilmente in bassi introiti per i produttori regionali e, di conseguenza, in inadeguati investimenti in qualità degli stessi con una spirale viziosa anziché virtuosa.

Più che le costose strategie di marketing che hanno caratterizzato le passate politiche regionali di sviluppo, la rinascita del vino laziale deve passare per la qualità dal momento che, soprattutto per questo tipo di bevanda, l’affermazione di un marchio dipende non tanto dalla pubblicità quanto piuttosto dagli investimenti in qualità. A loro volta, le scelte produttive delle aziende sono influenzate largamente dalle strategie regolamentari adottate da consorzi ed istituzioni.

È quindi urgente un innalzamento degli standard minimi di qualità stabiliti nei disciplinari delle denominazioni regionali (DOC e DOCG). Allo stato attuale non v’è dubbio che i disciplinari laziali siano carenti e non spingano i produttori sul sentiero della qualità. Il confronto riportato nella tabella è inequivocabile, il Lazio ha fissato standard di qualità inferiori da tutti i punti di vista: scelta dei vitigni, produttività delle vigne, titolo alcoolometrico, invecchiamento del vino, presenza di tipologie più selettive e prestigiose (sia per quanto riguarda gli standard in vigna che per quelli in cantina).

Da ció deriva che le scelte di qualità sono lasciate ai singoli che, considerate le limitate dimensioni di partenza e la bassa reputazione del prodotto regionale, incontrano grandi difficoltà ad affermarsi e pochi incentivi ad investire.

Colmare il divario con il resto del paese richiede uno sforzo economico non indifferente nel breve periodo ma può tradursi nel tempo in considerevoli e strutturali guadagni in termini di qualità, reputazione e reddito. Nell’agricoltura di qualità (e non solo) si raccoglie tra dieci anni ciò che si semina oggi. Nel Lazio, purtroppo, si è scelta finora la strategia delle scorciatoie tentando di ottenere risultati con l’affermazione di un ipotetico brand regionale, senza operare al contempo sulla leva degli standard di qualità, con il rischio di conseguire risultati esattamente opposti a quelli sperati. Per raggiungere miglioramenti significativi a livello regionale è necessario uno sforzo simultaneo e coordinato da parte di imprese, consorzi e soggetti istituzionali. Oggi, però, a parte qualche isolato risultato, si ode, dopo un periodo di pailette e lustrini, un assordante silenzio. Basterebbe, forse, semplicemente rimboccarsi le maniche e lavorare per innalzare la qualità dei prodotti regionali.

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1 April 2011

Le 3 domande di Vinitaly- intervento di Angelo Gaja

    1- Può il Paese primo produttore vivere di solo export, con i rischi rappresentati dalle fluttuazioni monetarie e dalle agguerrite politiche di marketing e distribuzione dei competitori dei cosiddetti Nuovi Mondi?

RISPOSTA – E’ compito dei produttori di applicarsi per conoscere le dinamiche dei mercati e scegliere se, come e quando affrontarli. Mercato interno e mercato estero sono complementari. Ancorché diversi per dimensione sono i leader dei diversi settori, Santa Margherita, Campari, Armani, Barilla, Ferrero … ad insegnare che il mercato interno va curato con attenzione.

    2- Il gap del mercato italiano è di natura economica, culturale o è un problema di comunicazione?

RISPOSTA – Un problema di comunicazione? A loro modo i produttori comunicano tutti, in Italia sono 35.000. I giornalisti che occasionalmente/ abitualmente scrivono del vino italiano sono più di 1.500. Sono più di 500 le cantine che organizzano premi giornalistici. Oltre 50 le guide che giudicano i vini. Vino nei convegni, turismo del vino, vino in piazza, vino alla radio ed in televisione, di vino si disserta sui blog … Il mondo del vino sprizza vivacità, fa gola ai politici che sono interessati al territorio ed al turismo, alle associazioni che offrono servizi, alla finanza che vorrebbe trovare il modo di entrarci. Ci siamo ormai abituati a questo frastuono, non sappiamo farne a meno. Siamo in molti a ritenere che parte delle sovvenzioni pubbliche destinate alla promozione vengano sprecate. C’è chi propone di farle convergere in una cabina di regia alla quale affidare il compito della promozione. Come evitare che diventi l’ennesimo carrozzone al servizio di politici e qualche privilegiato? Chi la guiderebbe? Da dove gli deriverebbe l’autorevolezza? Sarebbe capace di lavorare nell’interesse di tutte le categorie? Io avrei una mia ricetta: per abbassare i decibel servirebbe tagliare il 50% delle sovvenzioni destinate alla promozione del vino italiano e orientarle alla formazione di soggetti destinati a svolgere attività di rappresentanza di vini italiani sui mercati esteri; e dare maggiore impulso all’apertura di scuole di formazione di chef di cucina italiana nei paesi BRIC.

    3 – Perché al contrario il trend dell’export è in crescita?

RISPOSTA – Il trend dell’export è in crescita perché le cantine italiane abituali esportatrici hanno contribuito a costruire nel tempo una domanda che non va soltanto a loro esclusivo beneficio ma rimbalza successivamente in Italia ad opera di importatori che vengono alla ricerca di altri produttori italiani in grado di fornire loro vini delle stesse tipologie ma meno cari, oppure di migliore qualità, oppure più esclusivi, meno distribuiti. Vinitaly è il palcoscenico del vino italiano al servizio degli importatori provenienti dal mondo. Da anni l’Italia è il primo paese esportatore di vino in volume e lo è stato ancor più nel 2010; la Francia lo è in valore. La Francia, che in volume nel 2010 ha esportato il 50% in meno dell’Italia, se non vuole espiantare vigneti dovrà esportare di più. L’Italia, che vende sui mercati esteri con un prezzo medio per litro di 2,5 volte inferiore a quello della Francia, deve cercare di vendere meglio e per farlo occorrerà migliorare sia la qualità che il marketing. Però il successo dell’Italia è innegabile. A chi va il merito? Alle varietà autoctone? Al territorio? Questi sono fattori della produzione. Il merito va ai 35.000 produttori di vino italiano di cui oltre 25.000 artigiani dalle dimensioni medio- piccole molti dei quali si applicano con sacrificio, passione, entusiasmo, intraprendenza. Succede abbastanza spesso che i vini degli artigiani vengano accreditati per la loro qualità contribuendo così a consolidare l’immagine del vino italiano. Gli artigiani sono complementari alle cantine di grandi volumi alle quali vendono all’ingrosso la totalità o parte del vino che producono. E’ un sistema ottimamente integrato che ha funzionato egregiamente. La frammentazione della produzione vinicola è caratteristica dei paesi europei, il nuovo mondo ha altre peculiarità.
La manfrina dell’Italia del vino inadeguata a competere sui mercati esteri a causa della frammentazione della produzione e della zavorra dei troppi piccoli produttori che non saprebbero stare sul mercato perché fragili e destinati al collasso è sonoramente smentita dal successo dell’export del vino italiano.

Angelo Gaja
30.3.2011

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10 February 2011

La multicanalita’ nel settore del vino – sondaggio a cura di Silvia Guzzetti

Silvia Guzzetti e’ una studentessa di economia che ha deciso di redarre la tesi sul mondo del vino e, in particolare, sul fenomeno della multicanalità nel settore del vino. Per procedere nell’analisi ha preparato un sondaggio il cui link pubblico volentieri. Di seguito trovate il link e una breve presentazione del lavoro che Silvia si appresta a fare e di cui chiaramente ci rendera’ conto sul blog a tempo debito!

Cari utenti de I Numeri del Vino,
sono una studentessa di economia e vi scrivo per chiedervi aiuto per la mia tesi di laurea.
L’argomento della mia ricerca è la multicanalità. Il numero di aziende che mettono a disposizione dei clienti più canali di contatto è in aumento e, quindi, i consumatori hanno più libertà nel scegliere come relazionarsi con le aziende.
Il questionario allegato indaga il comportamento di ricerca e di acquisto dei consumatori di vino. È completamente anonimo e non sarà utilizzato per scopi commerciali.

Vi ringrazio anticipatamente per il vostro aiuto.
Silvia Guzzetti

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22 January 2011

Lo Spumante e lo Champagne. Intervento del Consorzio per la tutela del Franciacorta. Di Maurizio Zanella

Ricevo questo intervento di Maurizio Zanella che volentieri pubblico, sulla linea dei numeri anche di recente pubblicati.

Le festività natalizie rappresentano, da sempre nella nostra cultura, il momento più importante dell’anno per il brindisi che accompagna le grandi cene organizzate per festeggiare l’inizio del nuovo anno.
A partire dallo scorso mese di dicembre e in gennaio ho letto, con crescente stupore, l’enorme quantità di notizie riprese da numerosi media derivate da informazioni diffuse da vari enti/associazioni contenenti dati di vendita delle bollicine Made in Italy nel mondo, i consumi previsti durante le festività e soprattutto la notizia che lo spumante italiano avrebbe superato lo Champagne per quanto concerne i volumi di vendita.
Mi preme segnalarle che in particolare quest’ultima affermazione non solo non abbia alcun senso ma concorra anche a diffondere una profonda disinformazione nei confronti dell’opinione pubblica. Infatti, mentre per l’Italia si tengono in considerazione tutti i vini spumanti prodotti con metodo e con qualità e prezzo molto diversi fra loro, per quanto riguarda lo Champagne si tiene in considerazione solamente una denominazione prodotta in Francia. Ma lo Champagne non è l’unico vino di questo genere prodotto oltralpe (penso per esempio al Cremant d’Alsace), quindi sostenere che lo spumante abbia battuto lo Champagne è una palese inesattezza.
Alcune testate includono, correttamente, tutta la produzione francese di bollicine che in effetti è inferiore a quella italiana. Ma il fatturato della produzione italiana non arriva nemmeno alla metà di quello francese; ne viene che è una magra consolazione produrre di più per fatturare la metà!

Comprendo che le testate, abbiano ripreso questi dati confidando nell’autorevolezza delle fonti e nella correttezza delle loro analisi, con l’obiettivo condiviso di promuovere il prodotto italiano, mentre invece l’effetto che si è probabilmente ottenuto è stato quello di parlare della denominazione dei nostri cugini d’oltralpe.
Un ulteriore considerazione da farsi è che non è possibile essere a conoscenza dei dati di vendita prima ancora che sia trascorso il mese di dicembre, oltre al fatto che sono solo le denominazioni a origine controllata e garantita (Docg) ad avere un monitoraggio certo. Infatti, queste denominazioni rappresentano solo una parte minoritaria del grande calderone chiamato “spumante”, sul quale avevo già espresso la mia opinione spiegando che “lo sbandierato successo dello spumante italiano, analizzando i numeri, è frutto – salvo pochissime eccezioni – di un prodotto assolutamente anonimo che deve le sue performance unicamente a prezzi unitari bassissimi”.
Di fatto, ad oggi, sono tre le denominazioni che hanno saputo promuovere il proprio territorio d’origine smarcandosi dall’identificazione con una categoria merceologica: Asti, Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene e Franciacorta, oltre a due importanti aziende private industriali. Sono solo la Franciacorta e queste ultime due grandi aziende a produrre, di fatto, con la stessa metodologia di produzione dello Champagne.

Desidero quindi ribadire che il sostantivo “spumante” è morto e non ha più senso utilizzarlo in questi e molti altri frangenti. Sarebbe come paragonare tutti i vini rossi italiani (tanto quelli a denominazione di origine controllata quanto i vini da tavola) con il Bordeaux francese, mentre correttamente per questa tipologia di vino si parla di denominazioni: Barolo, Chianti, Brunello di Montalcino, Amarone per citarne alcuni. Ognuno con un suo metodo di produzione, suoi vitigni e soprattutto un territorio d’origine specifico che si distingue da tutti gli altri per le sue caratteristiche uniche.
In questo inizio 2011 ritengo sia opportuno tornare a ribadire con forza questi concetti in virtù di una buona e onesta informazione che sia veicolo di cultura, che sappia portare il consumatore a conoscere quali siano le caratteristiche principali della produzione vinicola italiana, elemento fondamentale dell’enogastronomia nazionale sulla cui importanza, anche a livello di prestigio e riconoscimento internazionale, credo sia superfluo soffermarmi.
Un consumatore consapevole e correttamente informato è interesse di tutti.

Maurizio Zanella
Consorzio per la tutela del Franciacorta

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10 September 2010

Crisi astigiana. Di Angelo Gaja

di Angelo Gaja

E’ trascorso ormai un anno dall’entrata in vigore del’OCM vino e il Piemonte fatica ad adeguarsi ai nuovi provvedimenti introdotti:
- eliminazione dei contributi per la distillazione delle eccedenze dei vini a Denominazione di Origine Controllata.
- contenimento della sovrapproduzione attraverso premi all’estirpazione dei vigneti e premi per la distruzione dell’uva verde sulla vite (diradamento).

La cantine cooperative dell’astigiano invocano invece il contributo alla distillazione per oltre 200.000 ettolitri di Barbera d’Asti, Dolcetto e Brachetto.
Avevano sdegnosamente rifiutato 6,5 milioni di euro che erano stati assegnati al Piemonte per il diradamento delle uve 2010. Certamente un errore. E’ benemerito chi si adopererà per cercare di recuperarli e procurare alle cantine qualche sollievo. Racimolare finanziamenti altrove non sarà facile.

Restano però delle contraddizioni da dissipare.
Di fronte alla richiesta di contributi per eliminare le eccedenze le cantine sociali dell’astigiano hanno fortemente voluto ed ottenuto una modifica del disciplinare di produzione che autorizza, a partire dalla vendemmia 2010, ad un consistente aumento dei massimali di produzione per i vini destinati alla DOC Piemonte. Quando il vino già esce loro dalle orecchie sarà possibile da quest’anno, dagli stessi identici vigneti, produrne ancora di più.

Tra il 2007 ed il 2009 le cantine cooperative piemontesi avevano ricevuto finanziamenti per oltre 8 milioni di euro.
Nel corso degli ultimi trent’anni i contributi assegnati alle cantine cooperative piemontesi hanno raggiunto un’impressionante imponenza. Una parte delle sovvenzioni pubbliche è stata spesa con oculatezza ed ha prodotto risultati utili per il comparto. Non meno del 50% di esse sono invece state spese senza portare benefici, troppe cantine sociali continuano a vendere il vino sotto-costo o a prezzi stracciati; i soci vengono tenuti in ostaggio con la minaccia di essere perseguiti se non conferiscono la totalità delle uve e vengono convinti a scendere in piazza a protestare, quando il male è nel manico, in consigli di amministrazione incapaci di operare dei cambiamenti, che confidano perennemente nel sostegno pubblico per ripianare debiti e sprechi.

A chi giova, dopo trent’anni, continuare a sostenere questo 50% di cantine sociali sempre sull’orlo del fallimento?
Di quale utilità sono state per i loro soci viticoltori? Perchè i figli dei soci viticoltori non possono mettersi in proprio cessando di conferire le uve alle cantine sociali che nonostante il sostegno pubblico restano irrimediabilmente decotte?
Non è che la cattiva immagine di queste cantine oscuri il restante 50% di cantine cooperative efficienti che hanno invece contribuito a fare brillare il Piemonte?
Come fare capire che il denaro pubblico non può continuativamente essere destinato a sostenere una causa persa?
Perchè le cantine cooperative virtuose sono andate al traino della richiesta insensata di produrre dal 2010 maggiore quantità quando il mercato era già largamente inflazionato dalle eccedenze?
Quali sono i passi da fare per avviare un cambiamento e voltare finalmente pagina?
In effetti le domande sono retoriche, perchè le risposte si conoscono da tempo. Lo spreco del denaro pubblico suscita fiammate di scandali ben presto sopite, senza che si avviino provvedimenti consequenziali. I succhiatori di denaro pubblico si sono organizzati e costituiscono una armata affamata e difficile da contrastare. L’esubero di produzione ha fatto comodo a molti, anche agli imbottigliatori che possono continuare ad acquistare all’ingrosso a prezzi stracciati. Le responsabilità politiche sono elevate. I viticoltori sono vittime di un meccanismo perverso. La DOC Piemonte non è mai stata così svilita.
Non è consolante pensare che tutto continui a restare come prima.

Angelo Gaja
31 agosto 2010

l’articolo e’ gia’ stato pubblicato su
- LA STAMPA di mecoledi’ 1° Settembre, pagine delle province di Alessandria-Asti-Cuneo
- WineNews

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8 September 2010

Crisi e mercato globale azzoppano l’agricoltura italiana. Di Angelo Gaja

di Angelo Gaja

La crisi viene da lontano, ha colpito duro e non è colpa dei produttori se li ha colti impreparati non essendo riusciti a prevederla per tempo neppure i premi Nobel dell’economia.
Il consumatore, di fronte alla riduzione del potere d’acquisto, ha abbassato anche la soglia del desiderio, anziché acquistare le eccellenze si è accontentato del buono quanto basta, che costa molto meno. Così dei prodotti tipici italiani a soffrire di più sono stati quelli di fascia di prezzo medio -alta.
Ha invece beneficiato della crisi il falso agro-alimentare, con parvenza italiana ma prodotto altrove, guadagnando mercato sia all’estero che in Italia.
Cosa fare? Sui rimedi i suggerimenti si sprecano.
- FARE PIU’ QUALITA’: ma per vino, olio, parmigiano… la qualità media non è mai stata così elevata.
- PIU’ RAPPORTO QUALITA’ PREZZO: ma si sono ormai fatti diventare buoni anche i vini offerti al pubblico a due euro a bottiglia.
- CHILOMETRO ZERO: per ora è un palliativo virtuoso. Serve a spronare i contadini a diventare piu’ intraprendenti, a confrontarsi con il mercato ed aiuta i consumatori a capire di più della stagionalità dei prodotti agricoli.
- ACCORCIARE LA FILIERA: occorre prima che i produttori si uniscano per aggregare l’offerta.
- PIU’ MARKETING: sono ancora troppi quelli che si vantano di non fare marketing. Diffidano della parola, le attribuiscono un significato equivoco, di trucco finalizzato alla vendita.
- NO OGM: il divieto va invece rimosso. Piuttosto vanno educati gli agricoltori ad essere piu’ responsabili ed i consumatori a riconoscere e premiarne i prodotti attraverso norme di etichettatura adeguate.
- COSTRUIRE DOMANDA: in Italia ci pensano gia’ i produttori, il sostegno pubblico va destinato ai mercati esteri.
- L’EXPORT DIVENTI UNA OSSESSIONE: verissimo, occorre pero’ favorire la crescita imprenditoriale.
- PROTEGGERE I MARCHI ITALIANI sui mercati esteri, combattere le falsificazione: si può, si deve fare di più.
Se la crisi non allenta la morsa qualsivoglia rimedio perderà di efficacia.
Resta la cronica assenza sui mercati esteri della presenza di catene di supermercati (italiani e non) capaci di valorizzare le eccellenze dell’agro-alimentare di casa nostra. Assume grande significato l’apertura di EATALY a New York avvenuta nei giorni scorsi: nella grande mela i migliori prodotti del mangiare&bere italiano saliranno su di un palcoscenico capace di esaltarne valore ed immagine e costruirne domanda.

Un progetto per il futuro
Nella situazione di mercato attuale i più fragili sono i produttori artigiani che costituiscono la stragrande maggioranza delle micro e piccole imprese italiane. Occorrono progetti atti a proteggere e valorizzare il lavoro degli artigiani. Da un anno la discussione s’è accesa attorno al marchio Made in Italy che vuol dire una cosa mentre il contenuto ne svela spesso un’altra. E’ una contraddizione impossibile da eliminare avendo, le aziende che hanno delocalizzato, meritoriamente contribuito all’affermazione del Made in Italy sui mercati internazionali.
Per gli artigiani potrebbe servire di più mettere in cantiere un nuovo progetto: ottenere che il prodotto TOTALMENTE realizzato in Italia abbia la facoltà (non l’obbligo) di essere contraddistinto da un logo, da un simbolo fatto realizzare dal più bravo dei designer italiani, da affiancare oppure no al Made in Italy.
Che comporti l’assunzione da parte del produttore dell’impegno (autocertificazione) di svolgere le fasi di lavorazione INTERAMENTE in Italia, con totalità di materia prima di provenienza italiana soltanto per l’agro-alimentare. Il progetto andrà sostenuto da una campagna di informazione atta ad istruire il consumatore sul significato del simbolo.
Nel progetto vanno coinvolti non soltanto gli artigiani, ma anche le associazioni sindacali e quelle degli esercizi commerciali: l’interesse di proteggere il lavoro eseguito in Italia coinvolge tutti.

Angelo Gaja
1° settembre 2010

articolo gia’ pubblicato su LIBEROGusto di sabato 4 Settembre

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18 July 2010

Il nodo delle cooperative del vino in Italia: e’ necessario fare un passo avanti

Le cooperative hanno un peso molto significativo nel settore del vino italiano: scorrendo la lista delle principali societa’ italiane che si dedicano alla produzione e vendita di vino, le prime tre aziende sono cooperative, mentre altre due figurano tra i piu’ grandi attori del mercato. I loro nomi sono facili da indovinare: GIV, CAVIRO, CAVIT, Mezzacorona e Cantine Cooperative Riunite. Quest’ultima ha poi acquistato la piena proprieta’ di GIV e Coltiva, costituendo cosi’ un colosso (a livello italiano) da oltre 400 milioni di euro di fatturato.

Il ruolo delle cooperative nel settore e’ critico: il vigneto italiano e’ molto frammentato ed e’ necessario creare dei collettori per raccogliere le uve ed elaborarle, sfruttando cosi’ economie di scala altrimenti non ottenibili. La cooperativa funziona molto bene: i soci conferiscono il loro prodotto e vengono remunerati in base a a quanto la cooperativa riesce ad incassare, dopo aver dedotto i suoi costi. Non solo: la possibilita’ di vendere i propri prodotti insieme ad altri e’ un indubbio vantaggio: la maggiore dimensione consente una migliore forza contrattuale e, molto spesso, di diventare una controparte appetibile per compratori altrimenti non interessati (vedi la grande distribuzione). Da qualunque lato la si guardi, a prima vista le cooperative sembrano la soluzione ottimale per il problema della scarsa dimensione delle aziende vinicole italiane.

A guardare bene, pero’, ci sono una serie di inconvenienti associati allo sviluppo eccessivo delle cooperative. Ed e’ opinione di chi scrive che il mondo delle cooperative italiane avrebbe bisogno di una riforma che le faccia muovere dalla natura “no profit” a quella di vere e proprie aziende. Altri settori l’hanno fatto. Quali? Le banche, per esempio, hanno separato l’anima “no profit” o cooperativa formando delle fondazioni, da quella commerciale, che e’ diventata una societa’ per azione. In questo modo, alcune di queste banche hanno intrapreso un percorso di crescita significativo, fatto di aggregazioni locali ma anche di espansione all’estero. Sempre restando nel mondo bancario, Unicredito e’ un risultato di questo processo: e’ una grande banca italiana con una significativa presenza all’estero. Tra i suoi azionisti figurano una serie di fondazioni, che sono nate dalla separazione di una serie di casse di risparmio. Oppure, il mondo del latte. Le cooperative di produttori hanno creato Granarolo, che opera acquistando il latte dei soci ma a prezzo di mercato, e quindi e’ una vera e propria azienda che genera utili e investe in nuovi impianti. Ecco questo esempio e’ proprio il punto di arrivo auspicabile per il mondo del vino.

Ma qual’e’ l’inconveniente delle cooperative? Che non guadagnano. E quindi, se non guadagnano, non perdono. Se non guadagnano, non possono reinvestire gli utili (perche’ non ci sono). Se non guadagnano non hanno le risorse per svilupparsi. Andiamo oltre: se non guadagnano e competono con aziende che hanno bisogno di guadagnare (per remunerare i soldi che gli azionisti gli hanno dato), rischiano di distorcere la competizione. La valvola di sfogo della remunerazione dei soci attraverso la liquidazione dei loro conferimenti a un prezzo che fa mantenere alla cooperativa l’equilibrio economico puo’ essere un’arma a doppio taglio. Quando il mercato va bene, la cooperativa remunera i suoi soci meglio di quanto farebbe un’azienda nell’ambito di un rapporto con un fornitore (perche’ tali sono i soci di una cooperativa, fornitori di materie prime o prodotti semilavorati); quando il mercato va male, la cooperativa remunera i soci meno di quanto probabilmente sarebbe obbligata a fare un’azienda commerciale con un suo fornitore.

Qual’e’ l’impatto di questo meccanismo sulla cooperativa e sul mercato del vino? La cooperativa potrebbe non avere una gestione abbastanza efficace. Chi non rischia di perdere ma neanche ha la possibilita’ di guadagnare potrebbe non essere pienamente motivato a massimizzare i potenziali utili e benefici dei propri soci. Comunque vada, la cooperativa non perdera’ e non guadagnera’. E’ vero che la remunerazione dei conferimenti e’ il vero barometro, pero’, estremizzando, e’ a tutti chiaro che l’equilibrista senza rete di sicurezza affronta il suo esercizio maggiore piglio di quello che non rischia di farsi male.

Secondo, la cooperativa non ha una capacita’ propria di investire. Se per definizione gli utili sono prelevati dai soci in termini di migliori liquidazione dei loro conferimenti, la cooperativa e’ un’azienda con le armi spuntate. Per poter effettuare un investimento ha bisogno della generosita’ dei soci o diretta o indiretta: le banche prestano facilmente soldi alle cooperative, in quanto sanno che ove mancassero le risorse per onorare i loro credito, i soci dovranno fare automaticamente un sacrificio. In questo senso la cooperativa funziona al contrario di una azienda: i soldi sono automaticamente prelevati attraverso la liquidazione dei conferimenti, mentre nelle aziende i soldi restano a meno che non siano prelevati dai soci attraverso la distribuzione di dividendi.

Non ci si ferma qui. Se le cooperative, come nel caso italiano, diventano un attore significativo nel mercato, possono in qualche modo influenzarne il funzionamento. Una cooperativa ha per definizione l’obiettivo di vendere quello che i soci apportano. Siccome non guadagna e non perde, potrebbe essere disposta a vendere i propri prodotti a dei prezzi piu’ bassi, pur di venderli. Nelle cooperative il concetto del “sottocosto” e’ difficile da definire, dato che la valvola di sicurezza della liquidazione dei conferimenti ne rende il confine molto labile. In questo modo, una cooperativa forte che opera con una logica di massimizzazione dei volumi puo’ distorcere l’assetto competitivo di un mercato, e quindi danneggiare gli attori del mercato che operano con una logica incentrata sulla massimizzazione del ritorno per i propri azionisti.

Passiamo in rassegna qualche numero per renderci conto delle dimensioni del fenomeno. La maggiore cooperativa italiana nel segmento del vino di alta qualita’ (GIV) fatturava nel 2008 quasi il doppio del principale operatore nel mercato privato (Antinori) ma aveva generato un valore aggiunto di meno della meta’ e un utile operativo dieci volte piu’ basso. Secondo lo studio pubblicato da Mediobanca relativo ai dati aggregati delle principali aziende vinicole italiane (97, tutte quelle con oltre 20 milioni di fatturato nel 2007), le aziende private avevano un margine operativo dell’8.6% sulle vendite, contro il 2.2% delle cooperative. Il calcolo e’ presto fatto. Nel 2007 le cooperative che fanno parte di questo campione hanno fatturato 1.6 miliardi di euro. Il 6.4% di 1.6 miliardi e’ 100 milioni. Cento milioni di euro nel 2007, 90 milioni nel 2006, 80 nel 2005, 60 nel 2004 e altrettanti nel 2003.

Badate bene, non sono soldi persi, sono soldi che sono andati nelle tasche dei soci delle cooperative e che, ove il margine delle cooperative fosse uguale a quello delle altre aziende, non e’ rimasto nelle aziende, almeno in parte. 400 milioni in 5 anni sono molti e avrebbero consentito un piu’ efficace consolidamento del settore (aziende che comprano altre aziende per diventare piu’ grandi). Ma non solo: sono anche soldi che sarebbero stati utili per effettuare investimenti, che magari sono stati fatti utilizzando il credito bancario; infatti, il bilancio “aggregato” di questo campione di cooperative ha un indebitamento a fine 2007 di 754 milioni di euro. Con quei 400 milioni starebbe stato meno della meta’. E’ scritto in questi numeri che negli ultimi 5 anni le cooperative hanno investito il 6.3% del loro fatturato, contro il 7.5% delle aziende pprivate del medesimo campione.

Sarebbe bello fare un passo in avanti. Separare lo scopo mutualistico delle cooperative con quello di lucro delle aziende commerciali. Qualcuno ha cominciato a fare qualche passo in questa direzione (Mezzacorona-Nosio), ma non basta. E’ necessario che il rapporto tra le cooperative-fornitori e i loro rami commerciali o produttivi siano incentrati il piu’ possibile su condizioni di mercato. Devono gradualmente diventare accordi di lungo termine per l’acquisto di vini/uve le cui condizioni economiche siano dettate dal mercato, senza distorsioni. Cosi’ le nuove ex cooperative possono diventare aziende vere, che puntano a massimizzare il ritorno sul capitale dei loro azionisti, cioe’ le cooperative che raccolgono i viticoltori con il loro patrimonio fondiario.

Si perdono soldi? Proprio no. Si generano in modo diverso, attraverso la distribuzione degli utili e la rivalutazione del capitale delle aziende. E probabilmente alla fine, se ben gestite, forse di soldi se ne farebbere anche di piu’: il divario tra la reputazione del vino italiano (eccellente) e la presenza di aziende che competono a livello globale (irrisoria) e’ ancora troppo grande.

Marco Baccaglio

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17 February 2010

Spiragli di luce. Di Angelo Gaja

Mentre il 2009 e’ stato l’anno nero per l’export del Made in Italy, meno 20% (fonte ISTAT), per il vino italiano ha invece raggiunto il massimo di sempre con una crescita in volume che non si discosta molto dal 10% pur con una perdita in valore del 6%. Un successo?
Assolutamente sì, anche se non si esulta perchè raggiunto con duri sacrifici compiuti dalle cantine che hanno abbassato i prezzi di vendita a costo di azzerare i profitti e dai produttori che, non volendo abbassare i prezzi delle bottiglie, hanno invece accettato di vendere sfuso agli imbottigliatori il vino eccedente a prezzi di liquidazione. Per non dire dei prezzi delle uve della vendemmia 2009 che avevano patito forti ribassi.
Il sistema del vino italiano però ha tenuto bene mettendo in luce i suoi valori di comparto sano, articolato e legato da forte complementarietà. Non ha licenziato, non ha fatto ricorso alla cassa integrazione, non si è lasciato distrarre dalle usuali diatribe degli antagonisti di casa nostra: varietà autoctone/internazionali, territorio/non si sa dove, barriques nuove/botti vecchie, gusto omologato/tipico. Il 2009 non e’ stato di certo una passeggiata, gli imprenditori del vino italiano hanno lavorato duro raddoppiando il loro impegno, stringendo la cinghia, ottenendo cosi’ un risultato che nessuno dei nostri concorrenti europei e’ riuscito ad avvicinare, Francia per prima.

Le prospettive dell’export del vino italiano per il 2010 sono rosee.

L’indebolimento dell’euro dà fiato alle esportazioni nei paesi extra-europei. L’obiettivo di esportare nell’anno corrente almeno 2,5 milioni di ettolitri in più del 2009 è alla portata dell’Italia.
Le scorte di vino sono destinate a calare anche perchè la produzione delle annate 2008 e 2009 era stata scarsa.
Il sostegno previsto dalla Comunità Europea, inteso ad indennizzare la pratica del diradamento (abbattimento dell’uva in eccedenza prima dell’invaiatura, al fine di ridurre/contenere il raccolto), se saggiamente guidato dalle cantine cooperative del Sud e del Centro e fatto eseguire correttamente dai soci viticoltori, contribuirebbe a mantenere bassa la produzione nazionale consentendo così di recuperare equilibrio tra offerta e domanda. Si arriverebbe così alla vendemmia 2010 con la prospettiva di una remunerazione ai conferenti/venditori di uva che pareggi almeno il costo di produzione.
L’export, che fa un gran bene all’economia del paese, deve diventare una ossessione per i produttori di vino che intendono mantenere sane e competitive le proprie aziende.

Angelo Gaja
16 febbraio 2010

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26 August 2009

C’e’ molto di buono nella nuova OCM vino. Di Angelo Gaja

Come dirlo? Ci provo con i voti.
Il 1 agosto 2009, Voto 10 per la puntualità, in barba ai furbetti dei rinvii sono entrate in vigore le nuove norme elaborate dalla commissione agricola di Bruxelles che regoleranno il mercato del vino europeo (OCM vino). Per comprendere la partita che si e’ giocata a Bruxelles occorre fare qualche passo indietro e seguire la pista dei sussidi agricoli comunitari: quelli ingenti riservati al comparto del vino europeo venivano per oltre il 75% destinati alla distruzione delle eccedenze, spesso costruite ad arte. A finanziare i sussidi comunitari contribuiscono per quota parte ognuno degli stati dell’Europa unita: appena qualche anno fa’ l’Inghilterra di Blair tuonava contro lo sperpero dei contributi agricoli comunitari e proponeva di dimezzarne l’importo. Bruxelles ha saputo cogliere il momento favorevole e attuare una profonda riforma che passa attraverso una serie di norme atte a riequilibrare il mercato disincentivando la sovraproduzione vinicola: Voto 10 per l’eliminazione dei sussidi destinati alla distruzione delle eccedenze; Voto 8 per i premi all’estirpazione dei vigneti; Voto 8 per il contenimento della pratica dello zuccheraggio dopo averne minacciato la totale eliminazione; Voto 9 per la progressiva riduzione sino alla totale eliminazione dei sussidi al Mosto Concentrato rettificato (MCR). I contributi recuperati verranno destinati, Voto 7, alla promozione del vino europeo nei mercati extra-comunitari senza però che siano stati previsti adeguati sistemi di vigilanza. E’ auspicabile che gli sprechi del passato insegnino qualcosa.

Al tavolo delle trattative fecero sentire la loro voce tutti gli stati europei, anche quelli che non producono vino ma sono invece produttori di spiriti. La nazionale degli spiriti e’ potentissima nel centro-nord Europa e guarda con crescente interesse ad espandere gli investimenti nel settore del vino europeo. L’occasione era buona per allearsi con quelli che piu’ o meno sommessamente gia’ invocavano una liberalizzazione del mercato, Voto 5, intesa allo scioglimento di vincoli e lacci vari ed all’ampliamento delle pratiche di cantina riconosciute legali. Accese polemiche hanno accolto in Italia queste ultime norme: alcune di esse però non entrerebbero in vigore prima di una diecina di anni mentre per altre, che non sono strettamente vincolanti e dovranno essere accolte dal nostro ordinamento, esistono margini di trattativa che andranno esplorati.

Quale fu l’atteggiamento dell’Italia nel corso delle trattative?
A gufare contro il vento della riforma fin dal nascere fu la poderosa compagine dei succhiatori perenni di denaro pubblico. Si esultò prematuramente non senza ambiguità per il ripetuto tentativo che Bruxelles fece di abolire lo zuccheraggio come fosse una vittoria nostra in grado di giovare al MCR italiano; per il resto ogni provvedimento di quelli in discussione veniva liquidato con critiche severe. Al tavolo delle trattative l’Italia si autoescluse, si ridusse a giocare un ruolo marginale senza mai riuscire ad incidere sulle questioni di nostro specifico interesse. Dilaniata dalle divisioni delle varie associazioni di categoria, accanite nella difesa dei rispettivi interessi ed incapaci di tessere tra di loro uno straccio di accordo da affidare ai negoziatori incaricati di rappresentare il nostro paese; con scarsa autorità morale per avere in passato beneficiato e fatto largo spreco di contributi comunitari; arroccata in difesa del MCR per la produzione del quale succhiava sussidi anno dopo anno. Venne sottovalutato il peso che la nazionale degli spiriti avrebbe avuto nel corso delle trattative: ma questa e’ l’Europa ed occorre prendere atto che le questioni del vino in futuro non verranno piu’ discusse soltanto dal nostro Paese, Francia e Spagna.

L’Italia perse malamente la partita ma il torneo europeo durerà ancora a lungo e per riprendere a competere bisogna rimediare ai molti errori commessi: rifare la squadra da inviare a Bruxelles, precisare gli obiettivi, ridisegnare la strategia delle alleanze senza scordare che e’ la Francia la naturale alleata dell’Italia. L’avvio e’ da Voto 10 per l’avvenuta nomina dell’ex-ministro Paolo de Castro alla presidenza della commissione agricoltura del parlamento europeo, ma e’ solo l’inizio.

L’Europa c’è, evviva l’Europa
Le norme dettate dalla commissione agricola di Bruxelles venivano spesso accolte da sfottò, ironia, sarcasmo. Quel voler legiferare sulla lunghezza e curvatura dei fagiolini verdi, sul colore del guscio delle uova, su forma e calibro dei pomodori con la pretesa di stabilire quali di questi prodotti fossero commerciabili e quali altri no appariva quanto meno bizzarro.
Quella introdotta da Bruxelles il 1 agosto e’ una riforma vera, che si ispira alla morale pubblica ed al buon senso – merce rara al giorno d’oggi – e pone termine a trent’anni di spreco di denaro pubblico.
Da soli i paesi del vino non ce l’avrebbero fatta mai: va reso merito ai paesi del nord Europa.
Certo, si e’ dovuto pagare il prezzo di una eccessiva liberalizzazione ma di questa e’ responsabile anche l’Italia per essere stata latitante al tavolo delle trattative.
C’e’ una buona ragione in piu’ per sentirsi europei.

Angelo Gaja
1 settembre 2009

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