I numeri del vino

Dati delle vendemmie, statistiche produttive, risultati economici dei principali produttori

Archivio della Categoria '04. Intervengono su "I numeri del vino"...'

17 February 2010

Spiragli di luce. Di Angelo Gaja

Mentre il 2009 e’ stato l’anno nero per l’export del Made in Italy, meno 20% (fonte ISTAT), per il vino italiano ha invece raggiunto il massimo di sempre con una crescita in volume che non si discosta molto dal 10% pur con una perdita in valore del 6%. Un successo?
Assolutamente sì, anche se non si esulta perchè raggiunto con duri sacrifici compiuti dalle cantine che hanno abbassato i prezzi di vendita a costo di azzerare i profitti e dai produttori che, non volendo abbassare i prezzi delle bottiglie, hanno invece accettato di vendere sfuso agli imbottigliatori il vino eccedente a prezzi di liquidazione. Per non dire dei prezzi delle uve della vendemmia 2009 che avevano patito forti ribassi.
Il sistema del vino italiano però ha tenuto bene mettendo in luce i suoi valori di comparto sano, articolato e legato da forte complementarietà. Non ha licenziato, non ha fatto ricorso alla cassa integrazione, non si è lasciato distrarre dalle usuali diatribe degli antagonisti di casa nostra: varietà autoctone/internazionali, territorio/non si sa dove, barriques nuove/botti vecchie, gusto omologato/tipico. Il 2009 non e’ stato di certo una passeggiata, gli imprenditori del vino italiano hanno lavorato duro raddoppiando il loro impegno, stringendo la cinghia, ottenendo cosi’ un risultato che nessuno dei nostri concorrenti europei e’ riuscito ad avvicinare, Francia per prima.

Le prospettive dell’export del vino italiano per il 2010 sono rosee.

L’indebolimento dell’euro dà fiato alle esportazioni nei paesi extra-europei. L’obiettivo di esportare nell’anno corrente almeno 2,5 milioni di ettolitri in più del 2009 è alla portata dell’Italia.
Le scorte di vino sono destinate a calare anche perchè la produzione delle annate 2008 e 2009 era stata scarsa.
Il sostegno previsto dalla Comunità Europea, inteso ad indennizzare la pratica del diradamento (abbattimento dell’uva in eccedenza prima dell’invaiatura, al fine di ridurre/contenere il raccolto), se saggiamente guidato dalle cantine cooperative del Sud e del Centro e fatto eseguire correttamente dai soci viticoltori, contribuirebbe a mantenere bassa la produzione nazionale consentendo così di recuperare equilibrio tra offerta e domanda. Si arriverebbe così alla vendemmia 2010 con la prospettiva di una remunerazione ai conferenti/venditori di uva che pareggi almeno il costo di produzione.
L’export, che fa un gran bene all’economia del paese, deve diventare una ossessione per i produttori di vino che intendono mantenere sane e competitive le proprie aziende.

Angelo Gaja
16 febbraio 2010

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26 August 2009

C’e’ molto di buono nella nuova OCM vino. Di Angelo Gaja

Come dirlo? Ci provo con i voti.
Il 1 agosto 2009, Voto 10 per la puntualità, in barba ai furbetti dei rinvii sono entrate in vigore le nuove norme elaborate dalla commissione agricola di Bruxelles che regoleranno il mercato del vino europeo (OCM vino). Per comprendere la partita che si e’ giocata a Bruxelles occorre fare qualche passo indietro e seguire la pista dei sussidi agricoli comunitari: quelli ingenti riservati al comparto del vino europeo venivano per oltre il 75% destinati alla distruzione delle eccedenze, spesso costruite ad arte. A finanziare i sussidi comunitari contribuiscono per quota parte ognuno degli stati dell’Europa unita: appena qualche anno fa’ l’Inghilterra di Blair tuonava contro lo sperpero dei contributi agricoli comunitari e proponeva di dimezzarne l’importo. Bruxelles ha saputo cogliere il momento favorevole e attuare una profonda riforma che passa attraverso una serie di norme atte a riequilibrare il mercato disincentivando la sovraproduzione vinicola: Voto 10 per l’eliminazione dei sussidi destinati alla distruzione delle eccedenze; Voto 8 per i premi all’estirpazione dei vigneti; Voto 8 per il contenimento della pratica dello zuccheraggio dopo averne minacciato la totale eliminazione; Voto 9 per la progressiva riduzione sino alla totale eliminazione dei sussidi al Mosto Concentrato rettificato (MCR). I contributi recuperati verranno destinati, Voto 7, alla promozione del vino europeo nei mercati extra-comunitari senza però che siano stati previsti adeguati sistemi di vigilanza. E’ auspicabile che gli sprechi del passato insegnino qualcosa.

Al tavolo delle trattative fecero sentire la loro voce tutti gli stati europei, anche quelli che non producono vino ma sono invece produttori di spiriti. La nazionale degli spiriti e’ potentissima nel centro-nord Europa e guarda con crescente interesse ad espandere gli investimenti nel settore del vino europeo. L’occasione era buona per allearsi con quelli che piu’ o meno sommessamente gia’ invocavano una liberalizzazione del mercato, Voto 5, intesa allo scioglimento di vincoli e lacci vari ed all’ampliamento delle pratiche di cantina riconosciute legali. Accese polemiche hanno accolto in Italia queste ultime norme: alcune di esse però non entrerebbero in vigore prima di una diecina di anni mentre per altre, che non sono strettamente vincolanti e dovranno essere accolte dal nostro ordinamento, esistono margini di trattativa che andranno esplorati.

Quale fu l’atteggiamento dell’Italia nel corso delle trattative?
A gufare contro il vento della riforma fin dal nascere fu la poderosa compagine dei succhiatori perenni di denaro pubblico. Si esultò prematuramente non senza ambiguità per il ripetuto tentativo che Bruxelles fece di abolire lo zuccheraggio come fosse una vittoria nostra in grado di giovare al MCR italiano; per il resto ogni provvedimento di quelli in discussione veniva liquidato con critiche severe. Al tavolo delle trattative l’Italia si autoescluse, si ridusse a giocare un ruolo marginale senza mai riuscire ad incidere sulle questioni di nostro specifico interesse. Dilaniata dalle divisioni delle varie associazioni di categoria, accanite nella difesa dei rispettivi interessi ed incapaci di tessere tra di loro uno straccio di accordo da affidare ai negoziatori incaricati di rappresentare il nostro paese; con scarsa autorità morale per avere in passato beneficiato e fatto largo spreco di contributi comunitari; arroccata in difesa del MCR per la produzione del quale succhiava sussidi anno dopo anno. Venne sottovalutato il peso che la nazionale degli spiriti avrebbe avuto nel corso delle trattative: ma questa e’ l’Europa ed occorre prendere atto che le questioni del vino in futuro non verranno piu’ discusse soltanto dal nostro Paese, Francia e Spagna.

L’Italia perse malamente la partita ma il torneo europeo durerà ancora a lungo e per riprendere a competere bisogna rimediare ai molti errori commessi: rifare la squadra da inviare a Bruxelles, precisare gli obiettivi, ridisegnare la strategia delle alleanze senza scordare che e’ la Francia la naturale alleata dell’Italia. L’avvio e’ da Voto 10 per l’avvenuta nomina dell’ex-ministro Paolo de Castro alla presidenza della commissione agricoltura del parlamento europeo, ma e’ solo l’inizio.

L’Europa c’è, evviva l’Europa
Le norme dettate dalla commissione agricola di Bruxelles venivano spesso accolte da sfottò, ironia, sarcasmo. Quel voler legiferare sulla lunghezza e curvatura dei fagiolini verdi, sul colore del guscio delle uova, su forma e calibro dei pomodori con la pretesa di stabilire quali di questi prodotti fossero commerciabili e quali altri no appariva quanto meno bizzarro.
Quella introdotta da Bruxelles il 1 agosto e’ una riforma vera, che si ispira alla morale pubblica ed al buon senso – merce rara al giorno d’oggi – e pone termine a trent’anni di spreco di denaro pubblico.
Da soli i paesi del vino non ce l’avrebbero fatta mai: va reso merito ai paesi del nord Europa.
Certo, si e’ dovuto pagare il prezzo di una eccessiva liberalizzazione ma di questa e’ responsabile anche l’Italia per essere stata latitante al tavolo delle trattative.
C’e’ una buona ragione in piu’ per sentirsi europei.

Angelo Gaja
1 settembre 2009

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12 January 2009

Spumante contro Champagne: i necessari chiarimenti. Di Maurizio Zanella

Prendo spunto da una serie di articoli apparsi sui media Italiani in Dicembre e nei primi giorni di Gennaio – molti dei quali certamente “ispirati” da comunicati di fantomatici forum, Associazioni di Categoria e Consorzi di Tutela – che in toni trionfalistici, hanno annunciato che lo spumante italiano sta avendo grandissimi successi di vendita, mentre lo Champagne è in calo, è entrato in un periodo di crisi e sta perdendo quote di mercato e quindi lo spumante Italiano trionfa.

Concludendo pertanto con gran disinvoltura, calcisticamente parlando: spumante batte Champagne: 1-0 e palla al centro.

Non riesco a capire con quale irresponsabilità, leggerezza e soprattutto disinformazione si possa fare un’affermazione così superficiale e assolutamente priva di fondamento.

Un’analisi nemmeno poi tanto approfondita mi porta a fare le seguenti considerazioni:
- come si potevano conoscere già a metà Dicembre, quando sono partiti i primi bollettini trionfalistici, i numeri di bottiglie immesse al consumo? Quindi, che fondamento possono avere questi numeri? Solo lo Champagne e le DOCG possono dare numeri assolutamente certi, ma non prima d’inizio gennaio.
- come si fa a mettere in discussione un vino che ha costruito con 300 anni di storia l’immagine più consolidata e forte al mondo?
- non ci si rende conto che il paventato successo dello spumante italiano, analizzando i numeri, è frutto – salvo pochissime eccezioni – di un prodotto assolutamente anonimo che deve le sue performance unicamente a prezzi unitari bassissimi?

Le eccezioni italiane sono rappresentate da due importanti firme industriali, ma soprattutto da 3 denominazioni che hanno saputo con il tempo togliersi di dosso il nome generico di una categoria: spumante, promuovendo quello del proprio territorio e sono: Asti – Franciacorta – Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene.

Ognuno di questi vini ha ormai una Sua ben precisa identità e delle caratteristiche che il mercato riconosce e sta premiando.

Nel futuro, questi vini – se saranno in grado di dare garanzie concrete al consumatore – avranno grandi opportunità di crescita grazie anche alle loro caratteristiche così fortemente diverse tra loro, ma nessuno potrà mai seriamente pensare di poter far vacillare lo Champagne e metterne in crisi il primato.

Solamente il Franciacorta, per le Sue peculiarità (un disciplinare di produzione più severo di ogni altra Denominazione al mondo unito ad un terroir magico) avrà l’opportunità di competere, come Davide contro Golia, contro lo Champagne, ma unicamente sul piano della qualità media dei vini prodotti, poiché a livello quantitativo non può esistere competizione viste le dimensioni così diverse tra le due zone.

Per concludere auspico quindi che gli organi d’informazione facciano un’informazione corretta e che magari il direttore della Rete ammiraglia della più importante azienda d’informazione italiana si astenga dal brindare a Capodanno in diretta con il vino dell’Abate e scelga una grande bottiglia Italiana.

Maurizio Zanella

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7 January 2009

Cosa insegna il caso Brunello di Montalcino. Di Angelo Gaja

A differenza della Francia, l’Italia prescrive in tutti i disciplinari dei vini a DOC e DOCG percentuali di impiego delle varietà di uva autorizzate alla loro produzione. Al fine di contrastare la violazione di detta norma, e quindi di contrastare la frode commerciale, vi è tutto uno schieramento di provvedimenti che nel tempo si sono dimostrati di scarsa efficacia: analisi del vino nel corso del processo di maturazione in botte, degustazione organolettica, controlli da eseguire su di una pletora di registri, applicazione sulla bottiglia di contrassegni di stato o di sigilli di garanzia …

Nell’indagine in corso a Montalcino la Procura di Siena riconosce valido il metodo di analisi messo a punto dal laboratorio Enosis di Donato Lanati che è in grado di accertare nei vini, posti sotto sequestro, la presenza di altre varietà anziché del 100% di Sangiovese. Non era mai avvenuto prima che questo tipo di analisi venisse utilizzato dagli organi di controllo al fine di accertare la corrispondenza varietale di un vino a quanto prescritto dal disciplinare di produzione.
La stessa analisi può anche essere estesa ad accertare che nei vini a DOC ed a DOCG, ove si contempli l’impiego del 15% di altre varietà, la percentuale non venga abusivamente dilatata.
L’applicazione su larga scala del metodo di analisi dinanzi citato introdurrebbe non poche novità: gli imbottigliatori, prima di perfezionare l’acquisto all’ingrosso di un vino, avrebbero la possibilità di verificarne la corrispondenza al disciplinare di produzione; verrebbe semplificato e migliorato il farraginoso sistema di controllo in atto per i vini a DOC e DOCG; diverrebbe finalmente possibile eseguire i controlli a valle, e cioè su campioni di bottiglie prelevate direttamente dal mercato, anziché continuare eternamente a chiedersi come diavolo facciano bottiglie di Chianti, di Barbera Piemonte, di Nero d’Avola … ad essere vendute al pubblico a prezzi indecentemente bassi.
C’è però anche l’altra faccia della medaglia a creare preoccupazione: che nascano arbitrarietà oppure esploda il contenzioso tra organi di controllo e produttori; che crescano le pressioni per ottenere la modifica di disciplinari ritenuti troppo rigidi mentre l’autorità competente per la loro approvazione sarà nel frattempo trasferita a Bruxelles; che cresca la disaffezione per i vini a DOC e DOCG in favore di vini a marchio aziendale; che il metodo di analisi riconosciuto in Italia venga adottato anche da laboratori esteri al fine di verificare la corrispondenza ai rispettivi disciplinari di produzione di vini italiani importati nei loro Paesi.

Un fatto è certo: con il precedente della Procura di Siena, per i vini italiani a DOC e DOCG non può più essere tutto come prima.
Occorre che i produttori ne prendano coscienza accogliendo positivamente il salto di qualità (e di prezzo) da compiere, ritrovando coesione ed unità di intenti e contribuendo ad ispirare i cambiamenti che si renderanno necessari.

Angelo Gaja
7 Gennaio 2009

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2 November 2008

Crisi in arrivo anche per il vino. Di Angelo Gaja

E’ opinione comune che la crisi finanziaria avrà effetti negativi sull’economia creando disoccupazione, carenza di liquidità e calo dei consumi, il che significa che in Italia si berrà ancor meno vino; mentre invece cresceranno le eccedenze a causa della maggiore produzione vinicola 2008 rispetto al 2007 e di un paventato rallentamento delle esportazioni.
La comunità europea ha dichiarato guerra alle eccedenze vinicole: chiedendo ai Paesi produttori di estirpare una parte della superficie vitata, riducendo gradualmente sino ad annullarle le sovvenzioni pubbliche destinate alla distruzione delle eccedenze, mettendo a disposizione nuove sovvenzioni destinate a promuovere il consumo del vino nei paesi extra-europei.
Alla luce di quanto sopra quali strategie dovrebbe scegliere il nostro Paese?

CALO DEL CONSUMO DI VINO SUL MERCATO INTERNO. Una pletora di voci invoca da sempre in Italia misure atte ad arginare il calo inarrestabile del consumo di vino, ma gran parte delle iniziative intraprese sono inefficaci. Trascinare il vino sistematicamente nelle strade e nelle piazze, come ha insegnato a fare l’associazione Città del Vino in occasione di festeggiamenti, fiere ed eventi per promuoverne il consumo, più che una banalità è uno scempio che alimenta la diseducazione: il vino è bevanda alcolica, non è accettabile che si insegni a berlo per strada. Quelli che operano per la promozione del territorio hanno preso in ostaggio il vino sfruttandolo in tutti i modi nella speranza di incrementare il richiamo turistico, senza benefici apprezzabili per il consumo. Viene così sperperato oltre il 50% del denaro pubblico destinato in Italia alla promozione del vino: occorre recuperarlo ed indirizzarlo ad azioni mirate direttamente sui mercati esteri. La promozione del vino in Italia va profondamente ripensata.

IMPORTANZA DEL MERCATO ESTERO. La valvola dell’esportazione è salvifica per il vino italiano. L’Italia ha il dovere, oltre che la possibilità, di produrre vini di migliore qualità, le eccedenze di vino di qualità sono una fortuna e non una disgrazia. I mercati esteri offrono grandi opportunità agli esportatori capaci ed intraprendenti: l’Italia possiede più di 35.000 imbottigliatori, il patrimonio umano più ricco e più articolato, meno di 4.000 sono esportatori abituali od occasionali, troppo pochi. E’ soltanto la valvola dell’esportazione che può salvare il vino italiano, all’esportazione occorre dedicare molte più energie di quanto non sia stato fatto sino ad ora. Occorrono progetti a breve ed a medio/lungo termine.

DISTRIBUZIONE DELLE SOVVENZIONI. Gran parte delle sovvenzioni per la promozione del vino italiano va trasferita dal mercato interno ai mercati esteri; la distribuzione dei fondi comunitari alle regioni così come è stata avviata quest’anno non va affatto in questa direzione. Si auspica una iniziativa politica che orienti i finanziamenti pubblici in favore di progetti atti a creare i presupposti per costruire domanda sui mercati esteri.

INTERVENTI. Il tempo stringe, nell’arco di un paio di anni l’Italia potrebbe trovarsi drammaticamente con il vino alla gola. Occorre avviare rapidamente il progetto di estirpazione dei vigneti che da tempo producono eccedenze di vino scarsamente gradito ai mercati, attingendo dai contributi comunitari.
Le altre misure sono a medio/lungo termine, che solo una autorità politica nazionale può orientare.
Va avviato un progetto finalizzato a recuperare all’export 1.500-2.000 nuovi esportatori di vino attingendo dall’ampio bacino dei 35.000 imbottigliatori.
E poi si deve investire nella formazione.
Avviando in Italia corsi di formazione per creare operatori commerciali in grado di agire sui mercati esteri al fine di incrementare o costruire nuova domanda in favore del vino e dei prodotti dell’agro-alimentare italiano.
Sostenendo le scuole già esistenti di formazione di cuochi di cucina italiana e, altrettanto importante, aprendone di nuove direttamente in Russia, India e Cina, là dove non erano arrivati i nostri emigranti: c’è in quei Paesi una grande richiesta di chef di cucina italiana, jcercando di soddisfare la quale sarà possibile avviare ristoranti di cucina italiana che a loro volta diventeranno costruttori di domanda del vino e dei prodotti dell’agroalimentare italiano.

Angelo Gaja
Novembre 2008

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14 October 2008

I mercati emergenti nel vino: una sfida per le piccole medie aziende italiane. Di Alessio Sian

Ricevo e volentieri pubblico il sommario della tesi di Alessio Sian, che si e’ laureato in Scienze e tecnologie delle coltivazioni presso la facoltà di Agraria dell’Universita’ degli studi di Perugia, e che sta ora cercando di inserirsi nel settore del vino italiano.


Se il comparto vitivinicolo sta attraversando un momento di crisi, la causa non è da ricercare nell’aspetto quanti-qualitativo del vino, bensì nella crisi economica generalizzata che sta investendo i mercati mondiali.
Una prima valutazione del mercato enologico, può essere posta in funzione dei consumi di vino che stando alle statistiche dell’Oiv, risultano essere in leggero aumento a livello mondiale, mentre sembrano diminuire seppur di poco in Europa.
Gia da cio possiamo dedurre che occorre puntare sui mercati esteri.
E ciò non significa considerare solo quelli che ormai sono altamente profittabili per le aziende italiane: quindi Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Paesi Bassi, Belgio, ma soprattutto quelli che mostrano un potenziale interno.
Mi riferisco in particolar modo alla Russia, Cina, Giappone e India…

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26 August 2008

Il caso Brunello di Montalcino. Di Angelo Gaja

Pubblico questo intervento di Angelo Gaja sul caso Brunello di Montalcino. Commento, come al solito, da esterno in calce.

Nella decade sessanta i vigneti di Sangiovese atti a produrre Brunello di Montalcino non raggiungevano i 60 ettari, i produttori una ventina, le bottiglie prodotte non più di 150.000; nello stesso periodo gli ettari piantati a Nebbiolo nell’area del Barolo erano 500, 115 i produttori/imbottigliatori, 3.000.000 le bottiglie di Barolo prodotte annualmente.
Mentre però il Barolo non aveva un leader il Brunello di Montalcino aveva già in Biondi Santi un padre fondatore, l’artigiano che nel tempo aveva tenuto altissima la bandiera della qualità e del prezzo di un Brunello aristocratico, raro, prezioso, alla portata soltanto dei pochissimi che se lo potevano permettere.
E poi arrivò Banfi. Per capire come sia esploso il fenomeno del Brunello di Montalcino non si può prescindere da Biondi Santi e da Banfi.
Banfi, di proprietà dei fratelli americani Mariani distributori di vini sul mercato USA, innesca nella rossa Montalcino il sogno americano: il futuro è vostro amico, crescete e moltiplicatevi.
L’avventura inizia con una serie di errori clamorosi. Con il benestare delle amministrazioni locali e dei sindacati agricoli i siti da destinare a vigneto vengono letteralmente stravolti, boschi e querce secolari abbattuti, colline abbassate di decine di metri… ; con l’assistenza dei guru della viticoltura vengono introdotte tecniche colturali che stanno agli antipodi della coltivazione accurata della vite; anziché piantare Sangiovese
per produrre Brunello di Montalcino vengono piantati 500 ettari di Moscadello per produrre una specie di lambrusco bianco che non avrà successo. L’impresa sembrava volgere verso un fallimento clamoroso.
E invece, miracolo, dopo lo sbandamento iniziale Banfi prende atto degli errori commessi, attua con tempestività la riconversione dei vigneti, punta con grande decisione alla produzione del Brunello di Montalcino e diventa il motore trainante della denominazione costruendo sul mercato USA, il più importante al mondo per i vini di immagine e di pregio, una forte domanda che ben presto ricade sugli ignari produttori di Montalcino e si propaga in tutto il mondo.

Nessun’altra DOCG italiana ha la fortuna di avere un leader storico ed un leader di mercato come il Brunello di Montalcino. Grazie ad essi montò l’interesse, da parte di produttori/investitori italiani ed esteri, di venire a tentare l’impresa a Montalcino contribuendo così a consolidare la straordinaria spinta di crescita e di affermazione della denominazione sui mercati internazionali.
Oggi gli ettari di Nebbiolo iscritti all’albo del Barolo sono 1.800 mentre quelli di Sangiovese riconosciuti idonei alla produzione del Brunello sono diventati 2.000 – e sì che i produttori hanno cercato di frenarne la corsa introducendo il blocco degli impianti – 250 i produttori e 7 milioni le bottiglie prodotte annualmente. E’ stato da più parti fatto osservare che la maggioranza dei nuovi vigneti non possiede caratteristiche pedoclimatiche
tali da assicurare al Sangiovese di esprimere vini di eccellenza e si è lamentata la mancata zonazione (catalogazione scientifica dei terreni con la delimitazione di quelli vocati e di quelli no): ma la zonazione in nessuna parte del mondo – ad esclusione forse della Borgogna che riconosce però non una, ma oltre cento denominazione d’origine diverse – è diventata il principio ispiratore dei disciplinari di produzione. Meno che mai in Italia ove si è più propensi a coltivare la solidarietà e la compiacenza.
Oggi a Montalcino c’è una minoranza di produttori che gode di un doppio privilegio: di avere vigneti iscritti all’albo ed in più di possedere vigneti di Sangiovese altamente vocati capaci di esprimere vini di eccellenza. E poi esiste una maggioranza di produttori che gode a pieno titolo soltanto del primo privilegio. Sia dagli uni che dagli altri i consumatori si attendono un Brunello di Montalcino di elevata qualità.

Il disciplinare di produzione, redatto nella decade sessanta, quando gli ettari iscritti all’albo erano ancora una sessantina, impone il 100% di Sangiovese per la produzione del Brunello di Montalcino. Con l’esplosione della superficie vitata la maggioranza dei produttori in possesso di vigneti di dubbia vocazione avvertiva la necessità di migliorare la qualità dei loro vini e apparve ai più evidente che l’imposizione del 100% di Sangiovese risultasse penalizzante.
Si ritenne che il miglioramento genetico del Sangiovese attraverso la selezione clonale e l’introduzione di nuove tecniche di vigneto e di cantina avrebbero cambiato la situazione, mentre invece la questione resta sul tavolo oggi come allora.
Se le indagini che la magistratura ha in corso accertassero l’impiego di varietà diverse dal Sangiovese per la produzione del Brunello di Montalcino, la mancanza più grave commessa dai produttori sarebbe stata a mio avviso quella di non essersi adoperarti prima per modificare il disciplinare di produzione e rimuovere il vincolo del 100% di Sangiovese.
Voglio ricordare che il disciplinare del Rosso di Montalcino è ancora più inadeguato, presuntuoso e fuori del tempo.
I disciplinari di produzione si possono modificare ed il compito spetta esclusivamente ai produttori.
Ad ostacolare la modifica del disciplinare è il conflitto di sempre tra i produttori artigiani ed i produttori di grandi volumi, ispirati come sono a filosofie di produzione e a strategie di vendita diverse. Se si guarda però allo strepitoso successo del Brunello di Montalcino, occorre riconoscere che è nato dall’azione sinergica degli uni e degli altri, che gli uni e gli altri sono stati preziosi nel procurarlo e consolidarlo.

Ho letto che si ritiene inadatto ora un intervento atto a modificare il disciplinare di produzione del Brunello di Montalcino, quando l’indagine avviata dalla Magistratura è ancora in corso.
A mio avviso è invece arrivato il momento di pensare seriamente al dopo cominciando dalla modifica del disciplinare; essa richiede coraggio, tolleranza e rispetto reciproco da parte dei produttori. Occorre individuare una formula che consenta agli artigiani di esprimere nei loro vini la straordinaria dignità del Sangiovese e di poterla dichiarare in etichetta rendendo così riconoscibile la loro fedeltà al 100% della varietà, ed ai produttori di grandi volumi di poter operare con maggiore elasticità: e tutti e due i vini debbono potersi fregiare del nome Brunello di Montalcino.

Angelo Gaja
26 agosto 2008

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3 April 2008

Articolo del professor Pomarici sulle dimensione ottimale delle imprese vinicole

Oggi vi presento un interessante articolo del Prof Eugenio Pomarici dell’Università Federico II di Napoli, sulla Dimensione ottimale delle imprese del mercato Vinicolo, qui vi è il link per una completa lettura.

http://www.oiv2007.hu/documents/law_economics/322_pomarici_paper_oiv_2007_2.pdf

Qui riassumerò i risultati dell’articolo che si divide in 4 parti: 1) Introduzione 2) Dimensione ottimale delle imprese 3) Relazioni tra dimensione produttiva e costo di produzione nel settore vitivinicolo : alcune evidenze empiriche 4) Considerazioni finali; che più mi hanno colpito.
L’introduzione spiega come nel mercato del vino operano imprese di dimensione estremamente diversa dalle boutique winery che trasformano l’uva di pochissimi ettari ai giganti con fatturati maggiori superiori al miliardo di euro. Questa convivenza tra imprese tanto diverse appare come una macroscopica peculiarità dell’evoluzione dei modelli di business nel mercato del vino negli ultimi 20 anni. Questa complessa articolazione strutturale trova una giustificazione in una segmentazione della domanda che ha visto crescere la quota dei vini di maggiore pregio e prezzo la cui produzione è compatibile anche con una scala di produzione contenuta e, al tempo stesso, nell’emergere di economie di scala che hanno dato un vantaggio competitivo alle imprese di maggiori dimensioni.

Today i present you an interesting article written by Prof. Eugenio Pomarici of Federico II University of Naples concerning the optimal size of wine companies, here you can find the link to the article. http://www.oiv2007.hu/documents/law_economics/322_pomarici_paper_oiv_2007_2.pdf

Here I will resume the key facts of the article that is divided in four parts: 1) introduction: 2) Optimal size of the companies 3) Relations between production size and cost of production in wine business 4) Final consideration. Introduction explain how in the wine market are present companies with a very different supply capacity. From the boutique winery making wine with the grape coming from a few hectares vineyard to giants with a turnover of more than a milliard of euros. The coexistence of so different firms is the more stunning feature of the evolution of business models in the wine market. This complex structure of production find an explanation in a segmentation of the demand who has seen a growing of the market share of high quality / high price wine that the production is compatible with small production capacity and at the same time the emerging of scale economy that give a competitive advantage to the larger companies. Successivamente l’articolo analizza gli aspetti microeconomici parte 2, per poi analizzare nella terza parte la relazione tra dimensione produttiva e costo produttivo. In essa emerge che il vino è un prodotto soggetto ad una forte differenziazione, le imprese produttrici sono generalmente multiprodotto ma l’offerta di ciascuna di queste non necessariamente copre tutta la possibile gamma. Il mercato è geograficamente molto vasto, con una segmentazione nazionale e regionale abbastanza marcata, e, inoltre, il costo di trasporto non è esiguo se rapportato al valore unitario del prodotto (nella maggior parte dei casi). Tutti questi elementi rendono naturalmente poco agevole sia l’individuazione delle curve di costo, sia quella dei singoli mercati con il quale si confrontano le imprese del settore del vino.

Subsequently the article analyze the microeconomics aspects, part 2, then analyze in the third part the relation between production dimension and the cost of production. It emerge that wine is a product that has a strong differentiation, wine companies are generally multi grapes but the offer of each one not necessarily cover all the available grapes. The market is geographically very wide, with a national and regional segmentation strong, and besides the transportation cost are quiet important if compared with the unit value of the wine. All these elements makes hard both to find the curves of cost and both the single markets on which wine companies compare each others.

L’articolo si conclude affermando che le economie di scala che si evidenziano nell’attività vitivinicola determinano un vantaggio competitivo tendenziale per le imprese di dimensioni medio grandi soprattutto nelle produzioni di minore pregio dove solo con una minimizzazione dei costi si possono raggiungere margini remunerativi. Le imprese di minori dimensioni, anche se devono superare costi di ingresso non proibitivi, possono sviluppare margini remunerativi solo nella produzione di vini di maggiore pregio. Le imprese di maggiore dimensione, sfruttando delle economie di scopo, possono però minacciare le imprese minori anche nel segmento specifico dei vini di alto pregio. Sotto questo profilo sono da segnalare due elementi che in linea generale possono rallentare o inibire i processi di concentrazione e impedire l’emergere di una taglia ottimale specifica e di dimensione piuttosto elevata. Il primo è specifico dei paesi grandi produttori dove il permanere di un mercato nazionale molto ampio, con una persistenza di circuiti locali di
approvvigionamento determina delle situazioni locali particolari che possono garantire una redditività soddisfacente per le imprese di dimensione medio piccola anche nella fornitura di vini di gamma medio bassa. Il secondo è specifico delle imprese di piccola dimensione focalizzate sulle produzioni di gamma elevata; queste hanno una struttura dei costi compatibile con i prezzi di vendita ma svantaggiosa rispetto alle imprese di maggiori dimensioni. In questo segmento, infatti, il pubblico richiede vini con una forte connotazione territoriale, tipicità e personalità del produttore; le imprese di minore dimensione sono, quindi, quelle che hanno le caratteristiche per sviluppare un’offerta con le caratteristiche specifiche apprezzate dal pubblico e possono godere, pertanto, di un vantaggio competitivo in buona misura non contendibile.
Si può quindi concludere che se si verificherà una stabilità della struttura dei consumi nei paesi tradizionali produttori e una permanenza o rafforzamento della domanda per i vini life style ci saranno le condizioni per la permanenza di imprese che coprono una vasta gamma di dimensioni operative diverse, qualora tutte siano capaci di gestire in modo efficace le relazioni con il mercato.

The article ends explaining that scale economies that underline in wine business create a competitive advantage for medium-large companies moreover in the productions of less value wine where a reduction of costs can reach profit margins. The small companies, even if they have to pay entrance costs not too excessive, can develop profitable production only in high quality wine. The largest companies using purpose economies can threaten the smallest one even in the wine market of high quality. There are two elements that can delay or stop the process of integration and prevent the emerge of an ideal size of companies with an high turnovers. The first is specific of the largest production countries, where the internal market is very large, with the persistency of local circuit of supplying create particular local that can guarantee a good earnings also for small and medium companies even when they supply medium-low quality wine. The second is specific of the smallest companies focused on high quality wines, who have higher cost of the largest but compatible with the prices of high quality wine. In this segment, the consumer ask for wines with a strong link with the area of productions, and the know – how of the producer, and so the small companies can gain a competitive advantage that is difficult to contend. So it can be said that if the wine consumption will be stable in the largest production countries and a stable or increase request for high quality wine, there will be the conditions for the permanence of companies that cover a wide range of size, when they will be able to handle in effective way the market.

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10 January 2008

OCM Vino, avvio della riforma. Di Angelo Gaja

Pubblichiamo un secondo contributo di Angelo Gaja (che spezzo in due per motivi di spazio), molto pregnante, relativo alla riforma del vino. Commento, come per il caso precedente, da esterno in calce.

L’accordo raggiunto a Bruxelles il 19.12.2007, tra la Commissione agricola del Parlamento europeo ed i rappresentanti dei ministeri dell’agricoltura dei Paesi membri, definisce le nuove regole che governeranno il mercato del vino europeo.
Il negoziato si è chiuso in modo più che onorevole per l’Italia nonostante i commenti rilasciati dai rappresentanti delle varie organizzazioni di categoria evidenziassero una certa insoddisfazione per il mancato accoglimento di parte delle loro richieste.
Non ho invece letto commenti di incondizionato apprezzamento per lo spirito fortemente moralizzatore che ha ispirato la riforma: cercare di mettere fine allo sperpero di denaro pubblico che si era perpetuato nel tempo nell’indifferenza generale. Si era giunti a bruciare un miliardo di euro l’anno per distruggere la sovrapproduzione di vino europeo. Un collaudato sistema delle sovvenzioni aveva congegnato un meccanismo che consentiva ai Paesi membri di ottenere sovvenzioni comunitarie via via crescenti in funzione della crescita della sovrapproduzione di vino da destinare alla distillazione obbligatoria, da distruggere.

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7 January 2008

2008. Dieci desideri per il vino italiano. Di Angelo Gaja

Ricevo e pubblico questo contributo di Angelo Gaja, che contiene una serie di auspici relativamente al mondo del vino italiano. Trovate le mie sensazioni su questi dieci desideri a commento del post.


1. Che il Ministro De Castro faccia il miracolo di darci il Catasto Viticolo Nazionale entro il 2008. Il primo a sollecitarlo fu Renato Ratti; il mondo del vino ne è rimasto in attesa per trent’anni.

2. Che ritorni con il 2008 una vendemmia abbondante, altrimenti i produttori italiani avrebbero ben ragione di sentirsi tristi.

3. Che i nostri sistemi di prevenzione stiano allertati. I soliti marpioni, vecchi e nuovi, sono pronti ad entrare in azione non appena la domanda interna insista a richiedere vini a prezzi più contenuti, che la scarsità dell’offerta non consentirà di praticare.

4. Che non si resti sgradevolmente sorpresi se tra i vini venduti nei supermercati italiani al di sotto di un euro e venti centesimi a bottiglia sempre di più saranno quelli in arrivo dai paesi dell’est. E’ l’Europa Unita bellezza, il vino italiano può ben procurarsi altri sbocchi.

5. Che il mercato USA continui a tirare. Altrimenti le cicale di casa nostra avrebbero ben modo di rimproverare i produttori italiani per avere troppo coltivato quel paese a scapito del mercato interno (?!).

6. Che le associazioni di categoria del comparto vinicolo sappiano PER UNA VOLTA mettersi attorno al tavolo per dare corpo entro il 31.12.2008 al progetto, da sottoporre agli assessori regionali all’agricoltura, che darà avvio al programma concordato con Bruxelles di estirpazione di 68.000 ettari di vigneti italiani, da completare entro il 2010. Risparmiandoci PER UNA VOLTA l’inettitudine e la furbizia italiana del rinvio.

7. Che si diventi tutti un po’ più smaliziati, un po’ più critici nel guardare ad enti ed associazioni varie che con la scusa di operare nell’interesse generale del TERRITORIO continuano invece a succhiare sovvenzioni da destinare al loro interesse particolare.

8. Che si restituisca dignità al vino. Troppi produttori si lasciano attirare a dare spettacolo con i loro vini, in ogni dove, in ogni luogo. A chi conviene lo spettacolo? Non certamente al vino, il cui consumo pro-capite continua inesorabilmente a calare.

9. Nella consapevolezza che quello del vino sia il comparto più fortunato dell’agricoltura, mostrare la capacità di assumere una regola che diventi d’esempio anche per gli altri. Che i presidenti delle associazioni no profit che svolgono attività in nome del vino e dei loro produttori, a condizione che queste abbiano beneficiato di sovvenzioni pubbliche con una certa regolarità, non possano ricoprire la carica per più di un mandato, non siano rieleggibili. E che i direttori delle stesse non possano ricoprire la carica per più di due lustri. Il mondo del vino ha bisogno di facce nuove; la non rieleggibilità aiuterebbe a rimuovere i fondi-schiena di pietra e darebbe ai giovani voglia di partecipare.

10. Nell’orgia di sondaggi che si fanno in Italia, ce ne sta un altro ancora. Individuare tra i quarantenni che fanno parte del mondo del vino italiano quelli che mostrano anche soltanto un pizzico della stoffa dei mai abbastanza rimpianti Giacomo Bologna, Paolo Desana, Renato Ratti, Gino Veronelli. Per aiutarli, tutti noi assieme, a crescere più rapidamente nell’interesse loro e nostro.

Angelo Gaja, Gennaio 2008

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