I numeri del vino

Dati delle vendemmie, statistiche produttive, risultati economici dei principali produttori

Archivio della Categoria '02. Dati finanziari'

29 August 2010

Carlo Pellegrino – risultati 2009


Carlo Pellegrino e’ riuscita nel 2009 a mantenersi sopra il punto di pareggio, chiudendo i conti addirittura un po’ meglio che nel 2008. Nello stesso tempo, grazie a una attenta politica di contenimento degli investimenti, il debito e’ sceso, con un significativo miglioramento dei parametri della struttura finanziaria. Le vendite sono leggermente cresciute, con un continuo e graduale spostamento fuori dai confini italiani, dove invece il fatturato ha continuato la graduale discesa iniziata nel 2007. L’azienda e’ moderatamente ottimista sul 2010 e prevede un miglioramento dei risultati 2009; le vendite, pero’, nel primo trimestre dell’anno sono state stabile rispetto allo scorso anno. Inoltre, Pellegrino sottolinea un aspetto non da tutti colto: le estirpazioni di vigneti finanziati dall’UE (73mila ettari nel 2008-09 e ulteriori 55mila attesi nel 2009-10) provocheranno un incremento dei costi dei prodotti di fascia bassa, riducendo quindi ulteriormente la competitivita’ dei nostri vini nei confronti di quelli dei prodotti extra UE. Un motivo in piu’ per andare verso produzione di maggiore qualita’…



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25 August 2010

Foster’s – risultati 2009/10


Foster’s ha appena annunciato i risultati 2009/10 che mostrano un rimbalzo sia delle vendite che dei margini dell’attivita’ vinicola, per intenderci quella che l’azienda pianifica di separare dalla birra (che si chiamera’ Carlton & United Breweries). Proprio da questo punto vale la pena di partire: a quanto pare le ragioni occulte di questa operazione, quella di rendere il gruppo appetibile per un compratore interessato alla birra, si stanno materializzando ancora prima che la separazione abbia luogo: la CONSOB australiana ha infatti obbligato Foster’s a un commento su delle voci di un possibile interessamento di SAB Miller alla divisione birra di Foster’s.

Prima di addentrarci nell’analisi del passato (che mostra segni di miglioramento), parliamo delle aspettative per il futuro. Il comunicato stampa recita testualmente: “Le condizioni di mercato della divisione vino restano incerte a causa della sovrapproduzione di vino in Australia, di una propensione al consumo ancora debole in alcuni importanti mercati e della forza del dollaro australiano, che continuera’ a impattare negativamente. In ogni modo, il miglioramento della distribuzione in tutti i mercati, la crescita del portafoglio verso i prodotti premium e il taglio dei costi continueranno a supportare un miglioramento della performance di Treasury Wine Estates.”



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21 August 2010

Baron de Ley – risultati primo semestre 2010


Baron de Ley ha cominciato a intravedere qualche segno di ripresa nel corso del primo semestre 2010. A supportare le vendite del gruppo spagnolo sono state le esportazioni, mentre il mercato spagnolo ha continuato a essere molto debole. Il secondo segnale di ripresa e’ l’aumento delle vendite di vino imbottigliato (e dentro questo di quello di alta qualita’) rispetto a quello sfuso che l’anno scorso di questi tempi rappresentava l’8% delle vendite, sceso al 4% nei primi 6 mesi del 2010. Detto questo, il recupero e’ ancora molto flebile e restiamo lontani dal picco toccato nel primo semestre 2008.

La strategia dell’azienda pero’ non cambia: gli amministratori hanno trionfalmente comunicato che hanno ricomprato sul mercato azionario il 10% delle azioni e le hanno cancellate. In questo modo, anche se gli utili non si stanno riprendendo, gli azionisti possono godere di un beneficio, in quanto si siedono al tavolo degli utili in 9 invece che in 10: la fetta di torta e’ piu’ grande. Dall’altro lato, cio’ si ricongiunge a quanto ho scritto recentemente su Angolo Economico e cioe’ che molte delle grandi aziende vinicole (e Baron de Ley e’ una bandiera del vino di qualita’ spagnolo) non stanno investendo nell’attivita’ in modo significativo, preferendo vendere o come in questo caso investire nel proprio stesso capitale: troppo presuntuosi o nessuna idea?



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19 August 2010

Costi e margini dell’industria del vino – primo semestre 2010


La previsione fatta a maggio commentando i dati del primo trimestre di ISMEA relativamente ai margini in calo si e’ dimostrata corretta: le materie prime hanno smesso di scendere, il costo dei mezzi di produzione continua leggermente a calare e i prezzi di vendita si stanno ancora, seppur marginalmente, deteriorando. Detto che i margini restano molto interessanti, e’ difficile che il 2010 si presenti migliore del 2009 da questo punto di vista. Intanto, il clima di fiducia del settore vinicolo e’ in continuo graduale miglioramento, con un indice di +5.7 rispetto allo 0 del primo trimestre: il primo valore positivo da Settembre 2008 a questa parte. La conclusione e’ la stessa di tre mesi fa: i grandi sistemi mondiali si stanno trascinando a riliento, i prezzi della materia prima vino sembrano essere poco mossi e cosi’ accade anche per le materie prime petrolifere (che non sono oggetto delle recenti turbolenze di alcune materie prime alimentari); il mondo del vino e’ in mano all’andamento della prima linea, cioe’ del fatturato. Se dal punto di vista delle esportazioni le cose vanno bene, invece il mercato domestico continua a destare preoccupazioni.



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11 August 2010

Campari – risultati primo semestre 2010


La divisione vino di Campari ha registrato un calo delle vendite ma un miglioramento dei margini nel primo semestre del 2009. Purtroppo il miglioramento degli utili e’ essenzialmente frutto della decisione dell’azienda di tagliare gli investimenti in pubblicita’, e quindi le cattive notizie sono cattive (il fatturato) mentre quelle buone sono in qualche modo “truccate” dalla strategia dell’azienda, che peraltro potrebbe avere delle implicazioni negative sull’andamento futuro delle vendite. I numeri sono molto significativi, per quanto il periodo sia poco significativo: le spese pubblicitarie sono calate da 8 milioni a 6 milioni circa (dal 13% al 10% delle vendite).



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5 August 2010

LVMH – risultati primo semestre 2010


I risultati del primo semestre di LVMH (che e’ il leader mondiale nel segmento Champagne) mostrano un parziale recupero di vendite e margini, che comunque restano largamente al di sotto di due anni fa, prima della crisi. Cio’ e’ tanto piu’ vero se restringiamo l’analisi al sottosegmento Champagne&Wine, rispetto all’intera divisione Wine&Spirits del gruppo: se il Cognac ha recuperato oltre l’80% degli utili persi tra il 2008 e il 2009, nel segmento vini e Champagne soltanto il 35% circa del calo degli utili e’ stato ripreso con i primi 6 mesi. E i primi 6 mesi del 2010 sono stati piuttosto interessanti, caratterizzati secondo l’azienda da un “re-stocking” che non si ripetera’ nei prossimi mesi (anzi, prevedono un nuovo movimento di de-stocking, cioe’ di riduzione delle scorte nella distribuzione).



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26 July 2010

Il costo della distribuzione del vino in USA e il potere dei distributori


Fonte: camera di commercio spagnola a New York e Impact Databank
La camera di commercio spagnola ha fatto una eccellente presentazione che parla del mercato del vino americano, cui dedichiamo due post. Il primo e’ questo ed e’ concentrato su una interessante tabella che mostra come si parte da un vino venduto a 6$ la bottiglia dal produttore spagnolo al prezzo finale di $17.44 se il vino viene venduto in enoteca o addirittura di $29 se si beve al ristorante di New York. Mostreremo poi chi sono i grandi distributori di vino americani (che vi ricordo in USA sono “obbligatori”) e quali sono le loro quote di mercato.


Ma torniamo alla questione del prezzo del vino. Dunque, la tabella fornita dalla camera di commercio spagnola a New York, mette in luce in modo chiarissimo che e’ il sistema distributivo americano che determina in maniera preponderante il rincaro della bottiglia in America. La parte relativa al trasporto che potremmo immaginare essere significativa e’ invece invece irrisoria, meno di un dollaro a bottiglia sempre che spediamo il vino in lotti da 400 casse nella tratta intercontinentale. Allo stesso modo, la parte relativa alle tasse a ai dazi non e’ cosi’ significativa, si parla di 0.3 dollari per bottiglia per il vino da tavola e 1 dollaro a bottiglia per il vino spumante. Resta pero’ da vedere quali sono le tasse che invece di ricadere sulla bottiglia all’atto dell’importazione, ricadono sul distributore o venditore della bottiglia come tasse specifiche per l’attivita’ di vendita di vino.

E’ comunque chiaro che la parte del leone la fanno l’importatore, che ricarica il 30%, il distributore, che mette su un altro 30% e infine il dettagliante o il ristoratore, che, avendo poi alla fine il maggior rischio di non piazzare la bottiglia e trattando volumi piu’ bassi aumentano il prezzo del 50% e del 150% rispettivamente. Ne esce quindi un quadro dove la nostra bottiglia da 6 dollari finisce sullo scaffale dell’enoteca a 17 dollari (ma a 19 dollari se si tratta di un Cava), e in questo calcolo oltre 10 dollari sono incamerati dal sistema distributivo americano, cioe’ il 60% di quello che paga il consumatore finale. Questa quota sale addirittura a 22 dollari sul totale di 29 dollari per la bottiglia venduta al ristorante, cioe’ circa il 76% del totale.


Vediamo quindi chi sono questi distributori (che stanno in mezzo tra il dettagliante e il produttore americano, oppure l’importatore di prodotti esteri). Il leader storico e’ Southern Wine & Spirits: nel 2008 fatturava 8.3 miliardi di dollari detenendo il 19% di un mercato simato a 43 miliardi di dollari (qui credo siano inclusi non soltanto il vino ma anche altre bevande), fonte Impact Databank. La caratteristica interessante e’ la relativa invece al grado di concentrazione del mercato, che fa del mercato americano un mercato ricco: il 61% del mercato e’ in mano ai primi 10 distributori nel 2008, rispetto al 52% di 5 anni prima. Certamente i produttori di vino si trovano una controparte di tutto rispetto, quindi e’ giustificabile che il margine di distribuzione di questi operatori possa essere molto significativo…

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18 July 2010

Il nodo delle cooperative del vino in Italia: e’ necessario fare un passo avanti

Le cooperative hanno un peso molto significativo nel settore del vino italiano: scorrendo la lista delle principali societa’ italiane che si dedicano alla produzione e vendita di vino, le prime tre aziende sono cooperative, mentre altre due figurano tra i piu’ grandi attori del mercato. I loro nomi sono facili da indovinare: GIV, CAVIRO, CAVIT, Mezzacorona e Cantine Cooperative Riunite. Quest’ultima ha poi acquistato la piena proprieta’ di GIV e Coltiva, costituendo cosi’ un colosso (a livello italiano) da oltre 400 milioni di euro di fatturato.

Il ruolo delle cooperative nel settore e’ critico: il vigneto italiano e’ molto frammentato ed e’ necessario creare dei collettori per raccogliere le uve ed elaborarle, sfruttando cosi’ economie di scala altrimenti non ottenibili. La cooperativa funziona molto bene: i soci conferiscono il loro prodotto e vengono remunerati in base a a quanto la cooperativa riesce ad incassare, dopo aver dedotto i suoi costi. Non solo: la possibilita’ di vendere i propri prodotti insieme ad altri e’ un indubbio vantaggio: la maggiore dimensione consente una migliore forza contrattuale e, molto spesso, di diventare una controparte appetibile per compratori altrimenti non interessati (vedi la grande distribuzione). Da qualunque lato la si guardi, a prima vista le cooperative sembrano la soluzione ottimale per il problema della scarsa dimensione delle aziende vinicole italiane.

A guardare bene, pero’, ci sono una serie di inconvenienti associati allo sviluppo eccessivo delle cooperative. Ed e’ opinione di chi scrive che il mondo delle cooperative italiane avrebbe bisogno di una riforma che le faccia muovere dalla natura “no profit” a quella di vere e proprie aziende. Altri settori l’hanno fatto. Quali? Le banche, per esempio, hanno separato l’anima “no profit” o cooperativa formando delle fondazioni, da quella commerciale, che e’ diventata una societa’ per azione. In questo modo, alcune di queste banche hanno intrapreso un percorso di crescita significativo, fatto di aggregazioni locali ma anche di espansione all’estero. Sempre restando nel mondo bancario, Unicredito e’ un risultato di questo processo: e’ una grande banca italiana con una significativa presenza all’estero. Tra i suoi azionisti figurano una serie di fondazioni, che sono nate dalla separazione di una serie di casse di risparmio. Oppure, il mondo del latte. Le cooperative di produttori hanno creato Granarolo, che opera acquistando il latte dei soci ma a prezzo di mercato, e quindi e’ una vera e propria azienda che genera utili e investe in nuovi impianti. Ecco questo esempio e’ proprio il punto di arrivo auspicabile per il mondo del vino.

Ma qual’e’ l’inconveniente delle cooperative? Che non guadagnano. E quindi, se non guadagnano, non perdono. Se non guadagnano, non possono reinvestire gli utili (perche’ non ci sono). Se non guadagnano non hanno le risorse per svilupparsi. Andiamo oltre: se non guadagnano e competono con aziende che hanno bisogno di guadagnare (per remunerare i soldi che gli azionisti gli hanno dato), rischiano di distorcere la competizione. La valvola di sfogo della remunerazione dei soci attraverso la liquidazione dei loro conferimenti a un prezzo che fa mantenere alla cooperativa l’equilibrio economico puo’ essere un’arma a doppio taglio. Quando il mercato va bene, la cooperativa remunera i suoi soci meglio di quanto farebbe un’azienda nell’ambito di un rapporto con un fornitore (perche’ tali sono i soci di una cooperativa, fornitori di materie prime o prodotti semilavorati); quando il mercato va male, la cooperativa remunera i soci meno di quanto probabilmente sarebbe obbligata a fare un’azienda commerciale con un suo fornitore.

Qual’e’ l’impatto di questo meccanismo sulla cooperativa e sul mercato del vino? La cooperativa potrebbe non avere una gestione abbastanza efficace. Chi non rischia di perdere ma neanche ha la possibilita’ di guadagnare potrebbe non essere pienamente motivato a massimizzare i potenziali utili e benefici dei propri soci. Comunque vada, la cooperativa non perdera’ e non guadagnera’. E’ vero che la remunerazione dei conferimenti e’ il vero barometro, pero’, estremizzando, e’ a tutti chiaro che l’equilibrista senza rete di sicurezza affronta il suo esercizio maggiore piglio di quello che non rischia di farsi male.

Secondo, la cooperativa non ha una capacita’ propria di investire. Se per definizione gli utili sono prelevati dai soci in termini di migliori liquidazione dei loro conferimenti, la cooperativa e’ un’azienda con le armi spuntate. Per poter effettuare un investimento ha bisogno della generosita’ dei soci o diretta o indiretta: le banche prestano facilmente soldi alle cooperative, in quanto sanno che ove mancassero le risorse per onorare i loro credito, i soci dovranno fare automaticamente un sacrificio. In questo senso la cooperativa funziona al contrario di una azienda: i soldi sono automaticamente prelevati attraverso la liquidazione dei conferimenti, mentre nelle aziende i soldi restano a meno che non siano prelevati dai soci attraverso la distribuzione di dividendi.

Non ci si ferma qui. Se le cooperative, come nel caso italiano, diventano un attore significativo nel mercato, possono in qualche modo influenzarne il funzionamento. Una cooperativa ha per definizione l’obiettivo di vendere quello che i soci apportano. Siccome non guadagna e non perde, potrebbe essere disposta a vendere i propri prodotti a dei prezzi piu’ bassi, pur di venderli. Nelle cooperative il concetto del “sottocosto” e’ difficile da definire, dato che la valvola di sicurezza della liquidazione dei conferimenti ne rende il confine molto labile. In questo modo, una cooperativa forte che opera con una logica di massimizzazione dei volumi puo’ distorcere l’assetto competitivo di un mercato, e quindi danneggiare gli attori del mercato che operano con una logica incentrata sulla massimizzazione del ritorno per i propri azionisti.

Passiamo in rassegna qualche numero per renderci conto delle dimensioni del fenomeno. La maggiore cooperativa italiana nel segmento del vino di alta qualita’ (GIV) fatturava nel 2008 quasi il doppio del principale operatore nel mercato privato (Antinori) ma aveva generato un valore aggiunto di meno della meta’ e un utile operativo dieci volte piu’ basso. Secondo lo studio pubblicato da Mediobanca relativo ai dati aggregati delle principali aziende vinicole italiane (97, tutte quelle con oltre 20 milioni di fatturato nel 2007), le aziende private avevano un margine operativo dell’8.6% sulle vendite, contro il 2.2% delle cooperative. Il calcolo e’ presto fatto. Nel 2007 le cooperative che fanno parte di questo campione hanno fatturato 1.6 miliardi di euro. Il 6.4% di 1.6 miliardi e’ 100 milioni. Cento milioni di euro nel 2007, 90 milioni nel 2006, 80 nel 2005, 60 nel 2004 e altrettanti nel 2003.

Badate bene, non sono soldi persi, sono soldi che sono andati nelle tasche dei soci delle cooperative e che, ove il margine delle cooperative fosse uguale a quello delle altre aziende, non e’ rimasto nelle aziende, almeno in parte. 400 milioni in 5 anni sono molti e avrebbero consentito un piu’ efficace consolidamento del settore (aziende che comprano altre aziende per diventare piu’ grandi). Ma non solo: sono anche soldi che sarebbero stati utili per effettuare investimenti, che magari sono stati fatti utilizzando il credito bancario; infatti, il bilancio “aggregato” di questo campione di cooperative ha un indebitamento a fine 2007 di 754 milioni di euro. Con quei 400 milioni starebbe stato meno della meta’. E’ scritto in questi numeri che negli ultimi 5 anni le cooperative hanno investito il 6.3% del loro fatturato, contro il 7.5% delle aziende pprivate del medesimo campione.

Sarebbe bello fare un passo in avanti. Separare lo scopo mutualistico delle cooperative con quello di lucro delle aziende commerciali. Qualcuno ha cominciato a fare qualche passo in questa direzione (Mezzacorona-Nosio), ma non basta. E’ necessario che il rapporto tra le cooperative-fornitori e i loro rami commerciali o produttivi siano incentrati il piu’ possibile su condizioni di mercato. Devono gradualmente diventare accordi di lungo termine per l’acquisto di vini/uve le cui condizioni economiche siano dettate dal mercato, senza distorsioni. Cosi’ le nuove ex cooperative possono diventare aziende vere, che puntano a massimizzare il ritorno sul capitale dei loro azionisti, cioe’ le cooperative che raccolgono i viticoltori con il loro patrimonio fondiario.

Si perdono soldi? Proprio no. Si generano in modo diverso, attraverso la distribuzione degli utili e la rivalutazione del capitale delle aziende. E probabilmente alla fine, se ben gestite, forse di soldi se ne farebbere anche di piu’: il divario tra la reputazione del vino italiano (eccellente) e la presenza di aziende che competono a livello globale (irrisoria) e’ ancora troppo grande.

Marco Baccaglio

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12 July 2010

Caviro – risultati e analisi di bilancio 2009


Sono colpevole di pubblicare con grave ritardo la recensione del bilancio Caviro, che giace nel mio PC da ormai 2 mesi. E’ una di quelle cose che immaginavo di aver fatto, ma lo immaginavo… Comunque, CAVIRO ha chiuso il 2009 con un calo delle vendite di circa l’11%, mostrando una tenuta nel settore vino rispetto ad un calo significativo della distilleria. In questo contesto difficile pero’ l’azienda ha continuato la sua strategia: gli obiettivi di crescita nei mercati esteri sono immutate, l’azienda ha portato avanti i suoi investimenti (anzi, nel 2009 ha investito molto piu’ che nei due anni precedenti) e tra i costi sono stati mantenuti immutati gli sforzi commerciali (promozioni e pubblicita’) cercando di contenere gli altri costi. Ne risulta un bilancio in pareggio, ma con un utile di consolidato di circa 2 milioni, e con una liquidazione dei vini apportati dai soci in calo del 10% circa ma molto meno di quanto e’ successo nel mercato (-20%). Caviro e’ anche riuscita a mettere ordine dal punto di vista finanziario: il capitale circolante migliora, con un calo significativo delle scorte di prodotti finiti e quindi il debito scende da 81 milioni a 77 milioni. Le attese sul 2010 non sono particolarmente allettanti per la divisione vino, dove CAVIRO si aspetta un calo dei consumi in Italia simile al 2009 e un approccio aggressivo delle private labels. Piu’ spazio sembra esserci all’estero, dove il budget aziendale prevede una crescita delle vendite superiore al 10%.



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6 July 2010

Constellation Brands – risultati primo trimestre 2010


Constellation Brands ha chiuso il primo trimestre 2010 con risultati piuttosto deludenti dal punto di vista operativo, anche se l’utile netto e’ stato in linea con le attese del mercato. Coerentemente con quanto l’azienda aveva pianificato, e’ iniziato il programma di riacquisto delle azioni, che ha comportato un esborso di 300 milioni di dollari. A cio’ si deve l’incremento del debito, dopo una serie molto lunga di trimestri consecutivi di riduzione. Il mangament si e’ dichiarato contento per questa strategia “di crescita nei segmenti profittevoli”. Cioe’ si cresce soltanto dove si fanno piu’ soldi. Tutto allineato alle aspettative del management a quanto pare. Dal punto di vista commerciale hanno lanciato un Riesling tedesco, un Malbec nel Black Box (cioe’ il Bag in Box), uno spumante nella linea Robert Mondavi e un Pinot Grigio sotto il marchio Arbor Mist.



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