Fonte: EU
Completiamo la serie degli articoli sulla regolamentazione con questo post sugli espianti 2008/2009 che riassumono i risultati ottenuti con l’espianto dei vigneti. Il potenziale produttivo europeo dovrebbe essersi ridotto di circa 4 milioni di hl cosi’ suddivisi: il 46% in Spagna, per quasi 1.9m/hl, il 30% in Italia per 1.2m/hl, il 15% in Francia per 0.6m/hl e il resto (9%) in Europa. Questi numeri significano che nel 2008 sono stati espiantati vigneti che rappresentano il 3% del potenziale produttivo italiano (rispetto alla produzione media degli ultimi 5 anni) e il 5% quello spagnolo.
Fonte: EU
Oggi riguardiamo la ripartizione degli aiuti per il settore del vino in Italia di qui al 2013, utilizzando i dati dell’Unione Europea. L’Italia beneficera’ di 1.5 miliardi di euro di aiuti per il settore vinicolo, di cui 240 milioni gia’ spesi nel 2009, come abbiamo visto qualche giorno fa. Ne mancano quindi circa 1.25 miliardi. La considerazione piu’ importante guardando avanti e’ come spendere i soldi nella promozione. Quasi 270 milioni. Bisogna spenderli bene. Saranno soldi che verranno sottratti agli aiuti di breve termine (distillazione e mosti) e ai contributi all’espianto della vite.
Fonte: EU
L’Unione Europea ha pubblicato i dati finali relativi al programma OCM vino per il 2009. Pubblichiamo quindi oggi i dati “affettandoli” sia per nazione che per tipologia per capire come l’Italia ha usato questi 238 milioni di euro. Per prima cosa, li ha utilizzati tutti, a differenza dei francesi e degli spagnoli che hanno lasciato indietro l’8-9% della somma a loro disposizione. E questo e’ un fatto positivo. Quando invece guardiamo i dati in profondita’ ci accorgiamo di due cose: (1) che abbiamo usato molti dei soldi per distillare gli eccessi di produzione e per supportare la produzione di MCR. I soldi per la promozione (che gia’ erano pochi) non sono stati utilizzati per intero; (2) quando guardiamo all’allocazione dei soldi, ci si accorge che l’Italia sta utilizzando la maggior parte delle risorse per il breve termine (distillazione) piuttosto che per promuovere i prodotti o investire nel settore.
Come dirlo? Ci provo con i voti.
Il 1 agosto 2009, Voto 10 per la puntualità, in barba ai furbetti dei rinvii sono entrate in vigore le nuove norme elaborate dalla commissione agricola di Bruxelles che regoleranno il mercato del vino europeo (OCM vino). Per comprendere la partita che si e’ giocata a Bruxelles occorre fare qualche passo indietro e seguire la pista dei sussidi agricoli comunitari: quelli ingenti riservati al comparto del vino europeo venivano per oltre il 75% destinati alla distruzione delle eccedenze, spesso costruite ad arte. A finanziare i sussidi comunitari contribuiscono per quota parte ognuno degli stati dell’Europa unita: appena qualche anno fa’ l’Inghilterra di Blair tuonava contro lo sperpero dei contributi agricoli comunitari e proponeva di dimezzarne l’importo. Bruxelles ha saputo cogliere il momento favorevole e attuare una profonda riforma che passa attraverso una serie di norme atte a riequilibrare il mercato disincentivando la sovraproduzione vinicola: Voto 10 per l’eliminazione dei sussidi destinati alla distruzione delle eccedenze; Voto 8 per i premi all’estirpazione dei vigneti; Voto 8 per il contenimento della pratica dello zuccheraggio dopo averne minacciato la totale eliminazione; Voto 9 per la progressiva riduzione sino alla totale eliminazione dei sussidi al Mosto Concentrato rettificato (MCR). I contributi recuperati verranno destinati, Voto 7, alla promozione del vino europeo nei mercati extra-comunitari senza però che siano stati previsti adeguati sistemi di vigilanza. E’ auspicabile che gli sprechi del passato insegnino qualcosa.
Al tavolo delle trattative fecero sentire la loro voce tutti gli stati europei, anche quelli che non producono vino ma sono invece produttori di spiriti. La nazionale degli spiriti e’ potentissima nel centro-nord Europa e guarda con crescente interesse ad espandere gli investimenti nel settore del vino europeo. L’occasione era buona per allearsi con quelli che piu’ o meno sommessamente gia’ invocavano una liberalizzazione del mercato, Voto 5, intesa allo scioglimento di vincoli e lacci vari ed all’ampliamento delle pratiche di cantina riconosciute legali. Accese polemiche hanno accolto in Italia queste ultime norme: alcune di esse però non entrerebbero in vigore prima di una diecina di anni mentre per altre, che non sono strettamente vincolanti e dovranno essere accolte dal nostro ordinamento, esistono margini di trattativa che andranno esplorati.
Quale fu l’atteggiamento dell’Italia nel corso delle trattative?
A gufare contro il vento della riforma fin dal nascere fu la poderosa compagine dei succhiatori perenni di denaro pubblico. Si esultò prematuramente non senza ambiguità per il ripetuto tentativo che Bruxelles fece di abolire lo zuccheraggio come fosse una vittoria nostra in grado di giovare al MCR italiano; per il resto ogni provvedimento di quelli in discussione veniva liquidato con critiche severe. Al tavolo delle trattative l’Italia si autoescluse, si ridusse a giocare un ruolo marginale senza mai riuscire ad incidere sulle questioni di nostro specifico interesse. Dilaniata dalle divisioni delle varie associazioni di categoria, accanite nella difesa dei rispettivi interessi ed incapaci di tessere tra di loro uno straccio di accordo da affidare ai negoziatori incaricati di rappresentare il nostro paese; con scarsa autorità morale per avere in passato beneficiato e fatto largo spreco di contributi comunitari; arroccata in difesa del MCR per la produzione del quale succhiava sussidi anno dopo anno. Venne sottovalutato il peso che la nazionale degli spiriti avrebbe avuto nel corso delle trattative: ma questa e’ l’Europa ed occorre prendere atto che le questioni del vino in futuro non verranno piu’ discusse soltanto dal nostro Paese, Francia e Spagna.
L’Italia perse malamente la partita ma il torneo europeo durerà ancora a lungo e per riprendere a competere bisogna rimediare ai molti errori commessi: rifare la squadra da inviare a Bruxelles, precisare gli obiettivi, ridisegnare la strategia delle alleanze senza scordare che e’ la Francia la naturale alleata dell’Italia. L’avvio e’ da Voto 10 per l’avvenuta nomina dell’ex-ministro Paolo de Castro alla presidenza della commissione agricoltura del parlamento europeo, ma e’ solo l’inizio.
L’Europa c’è, evviva l’Europa
Le norme dettate dalla commissione agricola di Bruxelles venivano spesso accolte da sfottò, ironia, sarcasmo. Quel voler legiferare sulla lunghezza e curvatura dei fagiolini verdi, sul colore del guscio delle uova, su forma e calibro dei pomodori con la pretesa di stabilire quali di questi prodotti fossero commerciabili e quali altri no appariva quanto meno bizzarro.
Quella introdotta da Bruxelles il 1 agosto e’ una riforma vera, che si ispira alla morale pubblica ed al buon senso – merce rara al giorno d’oggi – e pone termine a trent’anni di spreco di denaro pubblico.
Da soli i paesi del vino non ce l’avrebbero fatta mai: va reso merito ai paesi del nord Europa.
Certo, si e’ dovuto pagare il prezzo di una eccessiva liberalizzazione ma di questa e’ responsabile anche l’Italia per essere stata latitante al tavolo delle trattative.
C’e’ una buona ragione in piu’ per sentirsi europei.
Angelo Gaja
1 settembre 2009
Fonte: Ministero delle politiche agricole e forestali.
Vi dico subito che l’argomento e’ delicato e che le conclusioni mi sembrano piuttosto sorprendenti, per usare un eufemismo. Dunque, parliamo oggi di quei soldi che l’Italia e’ riuscita a ottenere dall’unione in cambio dello zuccheraggio che i paesi del nord fanno dei propri vini. Si tratta, come abbiamo visto nel post sulla OCM di una misura di carattere transitorio, da 73m per il 2009, altrettanti per il 2010, in calo poi da 59m nel 2011 e a 47m nel 2012 (poi basta). E si tratta di un aiuto per i produttori di vini DOC, DOCG e IGT al fine di arricchire i propri mosti con mosti concentrati o MCR o altri stratagemmi (compresi procedimenti di osmosi inversa) per alzare il grado alcolico. Come potrete apprezzare nell’art. 6 del provvedimento, il provvedimento per il 2008-09 paga EUR1.7 per ettogrado fino a un massimo di 1.5% di alcol nel caso di mosto concentrato e di EUR2.2 per ettogrado in caso di MCR. Ora, quello che a me pare esce dai calcoli e’ che questi sussidi vanno (come ci si potrebbe aspettare) in regioni di grandi produzioni VQPRD di livello medio basso (Emilia Romagna, Veneto), ma anche (e in proporzione in modo quasi incredibile) in regioni come la Sicilia. Ma manteniamoci ai numeri. Questi 73m sono per il 66% destinati al nord Italia, per il 26% al mezzogiorno e soltanto per l’8% al centro italia. Si tratta di una allocazione che forse compensa un po’ quello che abbiamo detto qualche giorno fa sugli aiuti per la riconversione dei vigneti: tanto da una parte, un po’ di meno dall’altra.
Fonte: Ministero delle politiche agricole e forestali.
Torniamo al segmento della regolamentazione per affrontare l’argomento della, cito testuale, “applicazione della misura della riconversione e ristrutturazione dei vigneti”, di cui potete trovare qui tutti i dettagli regolamentari, oltre al modulo di domanda. I numeri parlano chiaro: nel periodo fino a luglio 2008 erano stati allocati originariamente EUR95m per espiantare o riconvertire 11570 ettari di vigneto (cioe’ circa EUR8200 per ettaro). Sono poi stati aggiunti EUR6m di dotazione alla Campania e 0.5m alla Toscana e, in un momento successivo, si e’ accettato un “overbooking” del 20%, portando quindi la dotazione totale per il 2007-08 a ben EUR120.2m, di cui circa EUR63m per il sud, EUR38m per il nord e EUR19m per il centro Italia. La situazione nel 2008/09 cambia, in quanto le risorse (come abbiamo visto quando abbiamo parlato della OCM) sono circa EUR70m. Ma non solo, nel 2008-09 sembra anche aprirsi un divario tra il nord e il resto d’Italia: la maggioranza dei soldi sembra, in proporzione, andare al centro e al sud Italia. Queste misure, come vedremo non sono applicate in modo omogeneo a livello regionale, ma dipendono da dove vengono le domande. Un contributo alto rispetto alla superficie vitata vuol dire maggior richiesta di sussidi… Questo significa che queste allocazioni potrebbero, alla fine, essere modificate con dei “versamenti” di contributi da una regione (dove non ci sono domande) a un’altra (dove non ci sono abbastanza soldi).
Fonte: Ministero delle politiche agricole e forestali.
[English translation at the end of the post]
Parliamo oggi della riforma del settore vinicolo, cosi’ come approvata dall’Unione Europea e come previsto essere implementata dall’Italia. Si tratta di un ammontare di risorse molto rilevante (oltre EUR1.8bn), che dovrebbe essere speso tra il 2009 e il 2014 per una serie di misure che includono la riconversione dei vigneti (EUR557m), la promozione del vino italiano (EUR377m), una serie di investimenti nel settore (EUR238m). Rimangono una serie di misure che chiameremo “negative”, in quanto sussidiano il settore sia dal punto di vista della distillazione (EUR360m) che da quello dell’arricchimento con mosto concentrato (EUR250m). Quest’ultima parte e’ la “vittoria” italiana che fa da contr’altare alla concessione dell’uso di saccarosio per arricchire i mosti dei vini del nord. Come vedete dal primo grafico, le misure positive (blu) superano quelle “negative” (rosse), ma bisogna fare attenzione: tutti questi numeri possono essere piu’ alti, o piu’ bassi del 30%, quindi e’ ben possibile che la bilancia si ribalti nell’altro senso (anche se ci sono alcune limitazioni). Inoltre, come vedremo le misure di sussidio sono soprattutto nei primi anni (quindi piu’ vicine e piu’ probabili), quelle positive di promozione e investimento sono invece concentrate nella parte finale del periodo…
Pubblico questo intervento di Angelo Gaja sul caso Brunello di Montalcino. Commento, come al solito, da esterno in calce.
Nella decade sessanta i vigneti di Sangiovese atti a produrre Brunello di Montalcino non raggiungevano i 60 ettari, i produttori una ventina, le bottiglie prodotte non più di 150.000; nello stesso periodo gli ettari piantati a Nebbiolo nell’area del Barolo erano 500, 115 i produttori/imbottigliatori, 3.000.000 le bottiglie di Barolo prodotte annualmente.
Mentre però il Barolo non aveva un leader il Brunello di Montalcino aveva già in Biondi Santi un padre fondatore, l’artigiano che nel tempo aveva tenuto altissima la bandiera della qualità e del prezzo di un Brunello aristocratico, raro, prezioso, alla portata soltanto dei pochissimi che se lo potevano permettere.
E poi arrivò Banfi. Per capire come sia esploso il fenomeno del Brunello di Montalcino non si può prescindere da Biondi Santi e da Banfi.
Banfi, di proprietà dei fratelli americani Mariani distributori di vini sul mercato USA, innesca nella rossa Montalcino il sogno americano: il futuro è vostro amico, crescete e moltiplicatevi.
L’avventura inizia con una serie di errori clamorosi. Con il benestare delle amministrazioni locali e dei sindacati agricoli i siti da destinare a vigneto vengono letteralmente stravolti, boschi e querce secolari abbattuti, colline abbassate di decine di metri… ; con l’assistenza dei guru della viticoltura vengono introdotte tecniche colturali che stanno agli antipodi della coltivazione accurata della vite; anziché piantare Sangiovese
per produrre Brunello di Montalcino vengono piantati 500 ettari di Moscadello per produrre una specie di lambrusco bianco che non avrà successo. L’impresa sembrava volgere verso un fallimento clamoroso.
E invece, miracolo, dopo lo sbandamento iniziale Banfi prende atto degli errori commessi, attua con tempestività la riconversione dei vigneti, punta con grande decisione alla produzione del Brunello di Montalcino e diventa il motore trainante della denominazione costruendo sul mercato USA, il più importante al mondo per i vini di immagine e di pregio, una forte domanda che ben presto ricade sugli ignari produttori di Montalcino e si propaga in tutto il mondo.
Nessun’altra DOCG italiana ha la fortuna di avere un leader storico ed un leader di mercato come il Brunello di Montalcino. Grazie ad essi montò l’interesse, da parte di produttori/investitori italiani ed esteri, di venire a tentare l’impresa a Montalcino contribuendo così a consolidare la straordinaria spinta di crescita e di affermazione della denominazione sui mercati internazionali.
Oggi gli ettari di Nebbiolo iscritti all’albo del Barolo sono 1.800 mentre quelli di Sangiovese riconosciuti idonei alla produzione del Brunello sono diventati 2.000 – e sì che i produttori hanno cercato di frenarne la corsa introducendo il blocco degli impianti – 250 i produttori e 7 milioni le bottiglie prodotte annualmente. E’ stato da più parti fatto osservare che la maggioranza dei nuovi vigneti non possiede caratteristiche pedoclimatiche
tali da assicurare al Sangiovese di esprimere vini di eccellenza e si è lamentata la mancata zonazione (catalogazione scientifica dei terreni con la delimitazione di quelli vocati e di quelli no): ma la zonazione in nessuna parte del mondo – ad esclusione forse della Borgogna che riconosce però non una, ma oltre cento denominazione d’origine diverse – è diventata il principio ispiratore dei disciplinari di produzione. Meno che mai in Italia ove si è più propensi a coltivare la solidarietà e la compiacenza.
Oggi a Montalcino c’è una minoranza di produttori che gode di un doppio privilegio: di avere vigneti iscritti all’albo ed in più di possedere vigneti di Sangiovese altamente vocati capaci di esprimere vini di eccellenza. E poi esiste una maggioranza di produttori che gode a pieno titolo soltanto del primo privilegio. Sia dagli uni che dagli altri i consumatori si attendono un Brunello di Montalcino di elevata qualità.
Il disciplinare di produzione, redatto nella decade sessanta, quando gli ettari iscritti all’albo erano ancora una sessantina, impone il 100% di Sangiovese per la produzione del Brunello di Montalcino. Con l’esplosione della superficie vitata la maggioranza dei produttori in possesso di vigneti di dubbia vocazione avvertiva la necessità di migliorare la qualità dei loro vini e apparve ai più evidente che l’imposizione del 100% di Sangiovese risultasse penalizzante.
Si ritenne che il miglioramento genetico del Sangiovese attraverso la selezione clonale e l’introduzione di nuove tecniche di vigneto e di cantina avrebbero cambiato la situazione, mentre invece la questione resta sul tavolo oggi come allora.
Se le indagini che la magistratura ha in corso accertassero l’impiego di varietà diverse dal Sangiovese per la produzione del Brunello di Montalcino, la mancanza più grave commessa dai produttori sarebbe stata a mio avviso quella di non essersi adoperarti prima per modificare il disciplinare di produzione e rimuovere il vincolo del 100% di Sangiovese.
Voglio ricordare che il disciplinare del Rosso di Montalcino è ancora più inadeguato, presuntuoso e fuori del tempo.
I disciplinari di produzione si possono modificare ed il compito spetta esclusivamente ai produttori.
Ad ostacolare la modifica del disciplinare è il conflitto di sempre tra i produttori artigiani ed i produttori di grandi volumi, ispirati come sono a filosofie di produzione e a strategie di vendita diverse. Se si guarda però allo strepitoso successo del Brunello di Montalcino, occorre riconoscere che è nato dall’azione sinergica degli uni e degli altri, che gli uni e gli altri sono stati preziosi nel procurarlo e consolidarlo.
Ho letto che si ritiene inadatto ora un intervento atto a modificare il disciplinare di produzione del Brunello di Montalcino, quando l’indagine avviata dalla Magistratura è ancora in corso.
A mio avviso è invece arrivato il momento di pensare seriamente al dopo cominciando dalla modifica del disciplinare; essa richiede coraggio, tolleranza e rispetto reciproco da parte dei produttori. Occorre individuare una formula che consenta agli artigiani di esprimere nei loro vini la straordinaria dignità del Sangiovese e di poterla dichiarare in etichetta rendendo così riconoscibile la loro fedeltà al 100% della varietà, ed ai produttori di grandi volumi di poter operare con maggiore elasticità: e tutti e due i vini debbono potersi fregiare del nome Brunello di Montalcino.
Angelo Gaja
26 agosto 2008