I numeri del vino

Dati delle vendemmie, statistiche produttive, risultati economici dei principali produttori

Archivio della Categoria '08. Le Opinioni del vino'

18 July 2010

Il nodo delle cooperative del vino in Italia: e’ necessario fare un passo avanti

Le cooperative hanno un peso molto significativo nel settore del vino italiano: scorrendo la lista delle principali societa’ italiane che si dedicano alla produzione e vendita di vino, le prime tre aziende sono cooperative, mentre altre due figurano tra i piu’ grandi attori del mercato. I loro nomi sono facili da indovinare: GIV, CAVIRO, CAVIT, Mezzacorona e Cantine Cooperative Riunite. Quest’ultima ha poi acquistato la piena proprieta’ di GIV e Coltiva, costituendo cosi’ un colosso (a livello italiano) da oltre 400 milioni di euro di fatturato.

Il ruolo delle cooperative nel settore e’ critico: il vigneto italiano e’ molto frammentato ed e’ necessario creare dei collettori per raccogliere le uve ed elaborarle, sfruttando cosi’ economie di scala altrimenti non ottenibili. La cooperativa funziona molto bene: i soci conferiscono il loro prodotto e vengono remunerati in base a a quanto la cooperativa riesce ad incassare, dopo aver dedotto i suoi costi. Non solo: la possibilita’ di vendere i propri prodotti insieme ad altri e’ un indubbio vantaggio: la maggiore dimensione consente una migliore forza contrattuale e, molto spesso, di diventare una controparte appetibile per compratori altrimenti non interessati (vedi la grande distribuzione). Da qualunque lato la si guardi, a prima vista le cooperative sembrano la soluzione ottimale per il problema della scarsa dimensione delle aziende vinicole italiane.

A guardare bene, pero’, ci sono una serie di inconvenienti associati allo sviluppo eccessivo delle cooperative. Ed e’ opinione di chi scrive che il mondo delle cooperative italiane avrebbe bisogno di una riforma che le faccia muovere dalla natura “no profit” a quella di vere e proprie aziende. Altri settori l’hanno fatto. Quali? Le banche, per esempio, hanno separato l’anima “no profit” o cooperativa formando delle fondazioni, da quella commerciale, che e’ diventata una societa’ per azione. In questo modo, alcune di queste banche hanno intrapreso un percorso di crescita significativo, fatto di aggregazioni locali ma anche di espansione all’estero. Sempre restando nel mondo bancario, Unicredito e’ un risultato di questo processo: e’ una grande banca italiana con una significativa presenza all’estero. Tra i suoi azionisti figurano una serie di fondazioni, che sono nate dalla separazione di una serie di casse di risparmio. Oppure, il mondo del latte. Le cooperative di produttori hanno creato Granarolo, che opera acquistando il latte dei soci ma a prezzo di mercato, e quindi e’ una vera e propria azienda che genera utili e investe in nuovi impianti. Ecco questo esempio e’ proprio il punto di arrivo auspicabile per il mondo del vino.

Ma qual’e’ l’inconveniente delle cooperative? Che non guadagnano. E quindi, se non guadagnano, non perdono. Se non guadagnano, non possono reinvestire gli utili (perche’ non ci sono). Se non guadagnano non hanno le risorse per svilupparsi. Andiamo oltre: se non guadagnano e competono con aziende che hanno bisogno di guadagnare (per remunerare i soldi che gli azionisti gli hanno dato), rischiano di distorcere la competizione. La valvola di sfogo della remunerazione dei soci attraverso la liquidazione dei loro conferimenti a un prezzo che fa mantenere alla cooperativa l’equilibrio economico puo’ essere un’arma a doppio taglio. Quando il mercato va bene, la cooperativa remunera i suoi soci meglio di quanto farebbe un’azienda nell’ambito di un rapporto con un fornitore (perche’ tali sono i soci di una cooperativa, fornitori di materie prime o prodotti semilavorati); quando il mercato va male, la cooperativa remunera i soci meno di quanto probabilmente sarebbe obbligata a fare un’azienda commerciale con un suo fornitore.

Qual’e’ l’impatto di questo meccanismo sulla cooperativa e sul mercato del vino? La cooperativa potrebbe non avere una gestione abbastanza efficace. Chi non rischia di perdere ma neanche ha la possibilita’ di guadagnare potrebbe non essere pienamente motivato a massimizzare i potenziali utili e benefici dei propri soci. Comunque vada, la cooperativa non perdera’ e non guadagnera’. E’ vero che la remunerazione dei conferimenti e’ il vero barometro, pero’, estremizzando, e’ a tutti chiaro che l’equilibrista senza rete di sicurezza affronta il suo esercizio maggiore piglio di quello che non rischia di farsi male.

Secondo, la cooperativa non ha una capacita’ propria di investire. Se per definizione gli utili sono prelevati dai soci in termini di migliori liquidazione dei loro conferimenti, la cooperativa e’ un’azienda con le armi spuntate. Per poter effettuare un investimento ha bisogno della generosita’ dei soci o diretta o indiretta: le banche prestano facilmente soldi alle cooperative, in quanto sanno che ove mancassero le risorse per onorare i loro credito, i soci dovranno fare automaticamente un sacrificio. In questo senso la cooperativa funziona al contrario di una azienda: i soldi sono automaticamente prelevati attraverso la liquidazione dei conferimenti, mentre nelle aziende i soldi restano a meno che non siano prelevati dai soci attraverso la distribuzione di dividendi.

Non ci si ferma qui. Se le cooperative, come nel caso italiano, diventano un attore significativo nel mercato, possono in qualche modo influenzarne il funzionamento. Una cooperativa ha per definizione l’obiettivo di vendere quello che i soci apportano. Siccome non guadagna e non perde, potrebbe essere disposta a vendere i propri prodotti a dei prezzi piu’ bassi, pur di venderli. Nelle cooperative il concetto del “sottocosto” e’ difficile da definire, dato che la valvola di sicurezza della liquidazione dei conferimenti ne rende il confine molto labile. In questo modo, una cooperativa forte che opera con una logica di massimizzazione dei volumi puo’ distorcere l’assetto competitivo di un mercato, e quindi danneggiare gli attori del mercato che operano con una logica incentrata sulla massimizzazione del ritorno per i propri azionisti.

Passiamo in rassegna qualche numero per renderci conto delle dimensioni del fenomeno. La maggiore cooperativa italiana nel segmento del vino di alta qualita’ (GIV) fatturava nel 2008 quasi il doppio del principale operatore nel mercato privato (Antinori) ma aveva generato un valore aggiunto di meno della meta’ e un utile operativo dieci volte piu’ basso. Secondo lo studio pubblicato da Mediobanca relativo ai dati aggregati delle principali aziende vinicole italiane (97, tutte quelle con oltre 20 milioni di fatturato nel 2007), le aziende private avevano un margine operativo dell’8.6% sulle vendite, contro il 2.2% delle cooperative. Il calcolo e’ presto fatto. Nel 2007 le cooperative che fanno parte di questo campione hanno fatturato 1.6 miliardi di euro. Il 6.4% di 1.6 miliardi e’ 100 milioni. Cento milioni di euro nel 2007, 90 milioni nel 2006, 80 nel 2005, 60 nel 2004 e altrettanti nel 2003.

Badate bene, non sono soldi persi, sono soldi che sono andati nelle tasche dei soci delle cooperative e che, ove il margine delle cooperative fosse uguale a quello delle altre aziende, non e’ rimasto nelle aziende, almeno in parte. 400 milioni in 5 anni sono molti e avrebbero consentito un piu’ efficace consolidamento del settore (aziende che comprano altre aziende per diventare piu’ grandi). Ma non solo: sono anche soldi che sarebbero stati utili per effettuare investimenti, che magari sono stati fatti utilizzando il credito bancario; infatti, il bilancio “aggregato” di questo campione di cooperative ha un indebitamento a fine 2007 di 754 milioni di euro. Con quei 400 milioni starebbe stato meno della meta’. E’ scritto in questi numeri che negli ultimi 5 anni le cooperative hanno investito il 6.3% del loro fatturato, contro il 7.5% delle aziende pprivate del medesimo campione.

Sarebbe bello fare un passo in avanti. Separare lo scopo mutualistico delle cooperative con quello di lucro delle aziende commerciali. Qualcuno ha cominciato a fare qualche passo in questa direzione (Mezzacorona-Nosio), ma non basta. E’ necessario che il rapporto tra le cooperative-fornitori e i loro rami commerciali o produttivi siano incentrati il piu’ possibile su condizioni di mercato. Devono gradualmente diventare accordi di lungo termine per l’acquisto di vini/uve le cui condizioni economiche siano dettate dal mercato, senza distorsioni. Cosi’ le nuove ex cooperative possono diventare aziende vere, che puntano a massimizzare il ritorno sul capitale dei loro azionisti, cioe’ le cooperative che raccolgono i viticoltori con il loro patrimonio fondiario.

Si perdono soldi? Proprio no. Si generano in modo diverso, attraverso la distribuzione degli utili e la rivalutazione del capitale delle aziende. E probabilmente alla fine, se ben gestite, forse di soldi se ne farebbere anche di piu’: il divario tra la reputazione del vino italiano (eccellente) e la presenza di aziende che competono a livello globale (irrisoria) e’ ancora troppo grande.

Marco Baccaglio

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7 January 2010

Brand awareness delle regioni vinicole mondiali in USA e UK


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Alla London International Wine Fair dello scorso Maggio e’ stato presentato uno studio/indagine sui consumatori americani e inglesi con lo scopo di comprendere la forza delle denominazioni nel mondo del vino, le motivazioni che spingono i consumatori a scegliere determinati prodotti e l’affinita’ culturale degli inglesi e degli americani verso determinate nazionalita’. Che cosa si conclude da questo studio: (1) che il vino e’ un prodotto molto particolare, dove il marketing e il marchio non sono i principali driver all’acquisto (e questo e’ piu’ vero in Inghilterra che in USA); (2) che in questi mercati il fattore culturale favorisce gli australiani, anche se subito dopo di loro viene l’Italia (gli stiamo simpatici molto piu’ che i francesi, pare); (3) che nonostante il molto rumore che si fa intorno al prosecco, il prodotto e’ ancora molto poco conosciuto nei mercati anglosassoni, il che indica da un certo punto di vista un forte potenziale di miglioramento.


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22 August 2009

Come vedono il vino italiano i consumatori europei – studio Calwine


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L’indagine fatta dall’istituto americano non si e’ fermata alla percezione del brand e alla propensione ai consumi. Ha fatto una serie di domande ai consumatori circa la qualita’ percepita, il rapporto prezzo qualita’ e anche, perche’ no, la bonta’ del prodotto in genere. La conclusione e’ piuttosto semplice, ma non sempre ovvia. I consumatori di questi paesi (Benelux, Germania, Paesi nordici, Russia, Polonia) considerano il vino italiano il migliore dietro a quello francese, su ogni scala. In una sola domanda i vini italiani figurano primi di quelli francesi: nel rapporto prezzo qualita. In tutte le altre scale sono secondi, talvolta molto distanziati dai francesi. Per fortuna i francesi sono primi anche nella unica categoria negativa, quella dei “vini cari”, dove staccano di gran lunga tutti gli altri. Insomma quali sono i punti forti del vino italiano? Secondo questi consumatori i vini italiani “sono buoni” (7.8) e hanno una buona immagine (7.7).


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16 August 2009

L’immagine del vino in Europa – studio Calwine


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Uno studio dell’agenzia californiana del vino che riprenderemo di nuovo per i vini del nuovo mondo ha intervistato 4400 consumatori europei equamente distribuiti in Germania, Paesi Nordici, Russia, Polonia, Svizzera e Olanda. Ha provato la “brand awareness”, ha chiesto le abitudini di consumo. Il quadro e’ chiaro: la Francia e’ davanti a noi in modo piuttosto significativo, sia come percezione sia come consumo abituale. In un prossimo post vedremo come questi consumatori hanno risposto alle domande sulla bonta’, rapporto prezzo qualita’ e via dicendo. Le conclusioni sono queste: il vino italiano e’ secondo a quello francese quasi in tutte le statistiche e dappertutto, salvo qualche punta di eccellenza in Germania, Danimarca e Svizzera. Il vino e’ per i consumatori di questi paesi principalmente francese piuttosto che italiano (90% a 76%), e ci sta. Ma quello che piu’ mi fa pensare e’ che il vino italiano non riesce a essere “proporzionalmente” forte nel consumo abituale come lo e’ in altre graduatorie. In questa particolare classifica, e lo vedremo in un prossimo post, scopriremo perche’: questi consumatori trovano il vino italiano particolarmente caro.


SONDAGGIO ITALIA 4

Partiamo con brand awareness e abitudini di consumo. Il 76% degli intervistati riconosce il vino italiano senza essere sollecitato. Un buon livello, ma lontano dal 90% del vino francese e non troppo lontano dal 73% della Spagna. Consoliamoci: la Germania sta al 53% e i paesi del nuovo mondo non superano il 43% (Cile). Volendo spulciare la brand awareness del vino italiano, siamo molto conosciuti in Svizzera (87%) e in Danimarca/Polonia/Germania (80-82%), mentre siamo abbastanza stranamente poco conosciuti in Olanda (62%). Giusto per sgomberare il campo da dubbi, non c’e’ un paese tra quelli analizzati dove stiamo davanti alla Francia, nemmeno in Svizzera. Invece, contro il normale terzo classificato che e’ la Spagna, siamo indietro in Olanda (71% per gli spagnoli) e in Svezia.
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10 March 2009

I risultati del sondaggio “il gusto del vino”

E’ costante il numero di lettori di le opinioni del vino; anche per il sondaggio sul gusto abbiamo avuto oltre 100 risposte, 125 per la precisione con una popolazione in larga parte di appassionati (60%). Significativa anche la quota dei semplici consumatori: 23%.

La spesa media mensile è per il 54% tra i 50 ed i 70 euro ma quasi il 20% dichiara di spendere oltre 100 euro al mese in vino.

La metà circa di chi ha risposto frequenta spesso a banchi d’assaggio, ma l’occasione preferita per bere vino rimane la cena con gli amici (44%) ; a seguire si beve volentieri normalmente a pasto (29%) e al ristorante (28%).
L’enoteca riscuote indicazioni ma solo per il gradino più basso del podio dove viene collocata dal 28% dei lettori.
Notiamo che la voce “fuori pasto” è, con l’enoteca, in fondo alla classifica, segno presumibile che convivialità e cibo sono l’occasione migliore anche di appassionati e professionisti del settore.
Tesi confermata anche valutando le risposte di queste due sole categorie.

Veniamo all’aspetto saliente del sondaggio: il gusto del vino. Ricordiamo che qui si poteva indicare il gradimento relativo a ciascuna voce selezionando delle stelline, da nessuna a 4.
Piace molto il corpo (58% con 3 stelle) ma di più la persistenza (43% con 4 stelle); non entusiasma invece la leggerezza (42% con 2 stelle) mentre la complessità è il valore più ricercato ed apprezzato: il 60% pone 4 stelle.
Anche alla voce “originalità” la maggioranza dei lettori ha dato 4 stelle 46%.

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4 March 2009

Ultimi giorni per il sondaggio sul gusto

Ultima settimana per il nostro sondaggio sul gusto del vino. Ad oggi ben oltre 100 le risposte e, ovviamente, più della metà è relativa agli appassionati con una piccola ma interessante quota di produttori. Interessante non tanto in termini numerici ma in quanto emblematica del profilo del lettore del blog e indicativa del fatto che anche chi produce è interessato al gusto e al “percepito” del vino.
Una curiosità: tra i numerosi vitigni indicati nel sondaggio per la domanda “vitigni preferiti”, abbiamo omesso di citare quelli che storicamente concorrono a creare vini in assemblaggio, come ad esempio l’Amarone. Proprio su corvina, rondinella e molinara, i vitigni dell’Amarone, si sono espressi diversi lettori nella risposta “libera”: vedremo di tenerne conto nell’elaborazione delle preferenze, magari per vedere se il “gusto” personale ha una relazione forte o debole con i vitigni preferiti.

Ciao
Danilo

vai al sondaggio

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23 February 2009

Vota il sondaggio sul gusto del vino

E’ ancora attivo il sondaggio sul gusto del vino tramite il quale approfondiremo le opinioni dei lettori del blog su gusto, olfatto, occasioni di consumo e sui vitigni preferiti. Buona la risposta, anche per questo terzo sondaggio, in termini di numero di partecipanti.
Sui vitigni preferiti anticipo una nota: una dozzina di lettori hanno compilato la risposta libera “Il tuo vitigno preferito non compare nell’elenco? Scrivilo qui” ebbene, sono state date tutte risposte differenti.
Curioso no? Vedremo quindi di approfondire ulteriormente questo aspetto, così come le altre preferenze indicate. Ricordiamo che i risultati saranno comunicati il 9 Marzo.

Ciao
Danilo

Link: vota il sondaggio

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8 February 2009

Il gusto del vino

Tornano i sondaggi on-line de I numeri del vino, dopo una pausa accidentalmente più lunga del previsto e vediamo di scaldare i motori con qualcosa di leggero.
I numeri esprimono risultanti strabilianti sulle economie del vino e, da questi, si possono trarre elementi fondamentali per determinare strategie e comprendere le tendenze di mercato.

Ma quale opinione ha, infine, il lettore del blog quando … il vino lo beve?

Sarà difficile ma ci proviamo: rendiamo statistico il piacere di bere e il gradimento rispetto ai sensi, olfatto e gusto soprattutto. In questo sondaggio di sole 2 pagine proveremo a raccogliere le informazioni più elementari – cosa piace e cosa no, i vini preferiti, le occasioni migliori – per avere un quadro d’insieme sufficientemente indicativo.

E se il questionario vi sembrasse poi troppo limitato scrivetemi e cercherò di tenere conto anche delle opinioni fuori dal form.

Ciao a tutti

Danilo

link: il sondaggio

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11 December 2008

I risultati del sondaggio – i consumi del vino, seconda parte

E veniamo ora all’analisi delle risposte alla seconda parte del sondaggio. Si tratta, ricorderete, di analizzare il percepito dei lettori rispetto al valore economico del vino, e di verificare se l’attuale situazione finanziaria – o per meglio dire economica – possa modificare le abitudini dei consumatori.

Le risposte alla prima domanda dicono che è nettamente il commerciante o il gestore dell’enoteca, in altre parole è il dettagliante, col suo ricarico, ad incidere maggiormente sul costo finale: circa il 27% del prezzo che paga il consumatore è da attribuirsi a questo anello della filiera.
Al secondo posto, ma nettamente meno consistente, la quota dei costi di produzione dell’uva per i lettori: circa il 16%.
Sul gradino più basso del podio, con poco più del 13%, i costi di comunicazione e di marketing mentre le altre voci si sono suddivise la rimanente quota quasi equamente.

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9 December 2008

I risultati del sondaggio – i consumi del vino

Sono poco più di un centinaio le risposte pervenute al sondaggio i consumi del vino; vi diamo una prima analisi dei dati con un taglio piuttosto generico ma utile a capire meglio i comportamenti più comuni.
La popolazione che ha risposto è per larga parte tra i 35 e i 45 anni (circa il 45%) con una fetta importante, più di un terzo, di “giovani” sotto i 35 anni; una popolazione principalmente residente nel nord e nell’Italia centrale e, almeno anagraficamente, nel pieno della sua capacità “produttiva” in termini lavorativi ed economici.

Questa popolazione, un po’ a sorpresa, spende con decisione oltre 15 euro di media sia per una bottiglia di spumante che per una di vino dolce: in entrambi i casi le percentuali sfiorano il 50%.
Per il vino rosso la maggior parte di votanti spende comunque oltre 15 euro, ma la percentuale è sensibilmente inferiore: 34%.

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